Lettera ai materialisti

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Lettera del grande fisico Albert Einstein su Dio, indirizzata ad una giovane studentessa. Questa ragazza, di nome Phyllis, scrisse il 19 gennaio 1936 al già famoso scienziato riportandogli una domanda sorta nella sua classe: “Gli scienziati pregano? E cosa o chi pregano?”

Tra le altre cose Albert Einstein afferma: «la scienza conduce ad uno spirito immensamente superiore».

Il materialismo domina la terra: la maggior parte dell’umanità crede solo in ciò che può vedere e toccare con mano. La scienza predomina soffocando qualsiasi spiegazione che non sia ad essa ispirata, pur essendo ancora lontana anni luce dallo spiegare il perché dei fenomeni; essa ci aiuta nel capire solo il “come”, e ancora molto inefficacemente. Spesso pseudo spiegazioni scientifiche si trasformano in veri e propri preconcetti che impediscono all’uomo di andare oltre per afferrare la vera spiegazione dei “perché” del creato onde intraprendere l’unica avventura in grado di trasformare una triste esistenza in una vita degna di essere vissuta.

… in questi ultimi secoli, sin dall’avvento della scienza moderna, un’umanità più intellettuale ha popolato la terra; ma il cervello ha completamente sopraffatto il cuore, il materialismo ha dominato tutti gli impulsi spirituali, e la maggior parte degli esseri pensanti, non crede se non a ciò che può toccare, provare o manipolare.
Per cui è necessario appellarsi alla loro intelligenza per ottenere che il loro cuore abbia il permesso di credere a quello che l’intelletto ha sanzionato
”.[1]

Sommario

•  Prologo
•  Perniciosità delle idee preconcette
•  Il materialismo domina

– Le eterne grandi domande
– Tutti vogliono dire la loro senza approfondire
– E quel che è peggio… molti deridono!
– Chi non si pone questi interrogativi vive ai margini della propria vita
•  Lettera ai materialisti
– Non una provocazione ma una proposta di discussione
– Una gara ad handicap
1. Vostro malgrado molto di ciò che è ”immateriale” ci circonda
2. Il fenomeno del pensiero, la realtà delle idee, i modelli naturali
3. Vita e morte
4. Anche la scienza ci aiuta a riflettere
5. Ciò che tocchiamo o vediamo è poi così reale? Erriamo quando affermiamo di conoscere le cose, conosciamo solo 
     l’immagine che ci facciamo delle cose

6. Aleatorietà dei cinque sensi
7. Perché ordine e non caos? Ovvero “dal principio entropico a quello antropico”
8. Principio causale: causa iniziale o finale?
-La concezione “finale” della causa
-E’ nato prima l’uovo o la gallina?
-L’importanza dell’analogia, o meglio, come in alto così in basso
9. Analisi o Sintesi?
-La fisica di oggi, però, sta già cambiando
10. Il senso di tutto ciò si ottiene in un solo modo
– “Credo solo in ciò che posso toccare con mano”: quanto meno una frase infelice
•  Un incoraggiamento ai non materialisti

•  “Come non essere travolti dal materialismo attuale?
•  Un buon modo di usare la mente
•  Con coloro che avvertono il proprio io come un peso non bisognerebbe mai parlare di immortalità»


Prologo

“Durante gli ultimi 30 anni mi hanno consultato molte persone provenienti da tutte le parti del mondo… E tra i miei pazienti degli ultimi 35 anni io non ne ho trovato uno i cui problemi, in fondo, non fossero altro che la ricerca di una prospettiva spirituale della vita. Io posso affermare, in tutta certezza, che essi si sono ammalati perché hanno perso ciò che un approccio spirituale ha offerto da sempre ai suoi aderenti.
E furono curati quando riguadagnarono una prospettiva spirituale”.
C.G. Jung – 1932

Perniciosità delle idee preconcette
Quando una nuova filosofia si presenta al mondo, essa viene accolta in maniera diversa secondo le diverse persone.
Una persona si impadronirà avidamente di qualunque nuovo tentativo filosofico per verificare fino a qual punto esso possa essere di sostegno alle sue idee personali. Per una tale persona, la filosofia in sé è di secondaria importanza.
Il suo principale valore consisterà nella capacità che essa può avere di essere di sostegno alle sue idee.
Se l’opera filosofica viene incontro alle sue aspettative, essa l’adotterà con entusiasmo e vi aderirà con un fanatismo che non ha niente a che fare con la ragione, altrimenti, la stessa persona, getterà via con sdegno quell’opera con l’impressione che l’autore abbia quasi voluto farle un affronto personale.
Un’altra persona adotterà un atteggiamento di scetticismo se scoprirà che l’opera contiene qualcosa che essa non ha prima né letto, né udito, né scoperto nel suo proprio pensiero.
Questa persona respingerebbe sdegnosamente come del tutto ingiustificata l’accusa che il suo atteggiamento mentale sia il colmo dell’autocompiacimento e dell’intolleranza. Nondimeno è proprio così, ed essa in tal modo chiude la mente all’accettazione di qualsiasi verità che potrebbe eventualmente essere nascosta in ciò che viene da lei respinto senza cercare di comprendere.
Queste due classi di persone volgono le spalle alla luce. Le idee preconcette le rendono inaccessibili ai raggi della verità…[2]

Il materialismo domina
Nella nostra civiltà l’abisso che si interpone fra la mente ed il cuore dell’uomo si estende in profondità e in ampiezza e, mentre la mente passa rapida di scoperta in scoperta nel regno della scienza, l’abisso diviene sempre più profondo e più vasto ed il cuore rimane sempre più indietro.
La mente reclama a gran voce e non sarà soddisfatta se non avrà una spiegazione, rigorosamente dimostrabile, dell’uomo e delle creature che con lui vivono e con lui formano il mondo fenomenico.
Il cuore ha il presentimento che esista qualcosa di più grande ed aspira a verità più elevate di quelle che possono essere percepite dalla sola mente.
L’anima umana sarebbe felice di librarsi sugli eterei pinnacoli dell’intuizione; con gioia s’immergerebbe nella fonte eterna della luce e dell’amore spirituali, ma le vedute scientifiche moderne le hanno tarpato le ali.
Essa siede incatenata e muta mentre le sue aspirazioni insoddisfatte la corrodono come l’avvoltoio il fegato di Prometeo.
E’ fatale tutto ciò?
Non esiste un terreno comune sul quale mente e cuore possano incontrarsi, sostenendosi a vicenda, dandosi l’un l’altro più efficace aiuto nell’investigazione della verità universale e ricevendo ciascuno uguale soddisfazione?(…)
E’ altrettanto certo che non può esservi alcuna contraddizione nella natura, perciò cuore e mente devono essere suscettibili di accordarsi. (…)
Si vuole cioè mostrare dove e come, la mente, sorretta dall’intuizione del cuore, possa sondare più profondamente i misteri dell’essere di quello che ognuno dei due riesca a fare da solo; come il cuore in unione con la mente possa mantenersi sulla buona via; come ciascuno possa avere piena libertà d’azione senza fare violenza all’altro, e come ambedue, cuore e mente, possano essere soddisfatti.
Soltanto quando tale cooperazione sarà perfettamente compiuta l’uomo conseguirà una più alta e più esatta comprensione della propria natura e del mondo di cui egli è parte; soltanto questa unione potrà dargli una mente aperta ed un cuore generoso.
(…)

Le eterne grandi domande
Su ogni soglia, la scheletrica forma della Morte getta la sua ombra paurosa.
Vecchi e giovani, sani o malati, ricchi o poveri, tutti, indistintamente, debbono scomparire in quell’ombra funebre.
Attraverso i tempi ha dolorosamente echeggiato il grido pietoso di coloro che chiedono gli siano rivelati l’enigma della vita e l’enigma della morte.
La maggioranza della gente ha tre grandi domande:
Da dove veniamo?
Perché siamo qui?
Dove andiamo?
Ma esse rimangono fino ad oggi senza risposta.
Disgraziatamente si è diffusa l’opinione che non si possa saper nulla di definitivo intorno a queste cose che hanno il più profondo interesse per l’umanità.
Nulla di più erroneo.

Ognuno di noi, senza eccezione, può riuscire ad ottenere direttamente precise informazioni su questo soggetto; può personalmente investigare la condizione dello Spirito Umano sia prima della nascita che dopo la morte.
Non esiste alcun privilegio particolare, né si richiedono doni speciali.
Ognuno di noi ha potenzialmente la capacità di conoscere tutte queste cose, ma… sì, c’è un «ma», ed un «MA» che deve essere scritto in lettere maiuscole. Queste facoltà sono presenti in tutti, per quanto restino latenti nella maggioranza delle persone. Occorre svegliarle con uno sforzo persistente, e ciò spaventa e paralizza i più.
Se tali facoltà, « risvegliate e coscienti », si potessero ottenere col denaro, anche se il loro costo fosse altissimo, molti lo pagherebbero pur di ottenere un così immenso vantaggio sui loro simili; ma sono veramente pochi coloro che accettano volentieri di vivere la vita atta a risvegliare tale facoltà.
Il risveglio avviene solo come conseguenza dello sforzo paziente e continuato.
Non può esser comprato; non esiste una comoda strada per arrivarci.

Tutti vogliono dire la loro senza approfondire
Si ammette che sia necessario l’esercizio per imparare a suonare il piano e che sia inutile pensare di diventare orologiaio senza prima compiere un adeguato tirocinio.
E tuttavia quando si discute dell’anima, della morte, dell’aldilà e delle grandi cause dell’essere, molti credono di saperne quanto un altro, e di avere ugual diritto ad esprimere un’opinione, sebbene non abbiano mai accordato al soggetto neppure un’ora di riflessione.
In realtà, chi non sia qualificato da un profondo studio del soggetto non può aspettarsi che le sue idee vengano prese in seria considerazione. Nelle cause legali, quando i periti vengono chiamati ad esprimere il loro parere, essi debbono prima superare un esame che dimostri la loro competenza.. Se essi non provano di essere esperti nel ramo di conoscenza sul quale è richiesto il loro parere, il valore della loro testimonianza è nullo.
Se, tuttavia, per il loro studio e la loro esperienza, essi sono giudicati idonei ad esprimere un’opinione, questa viene accolta con rispetto e deferenza, e se la testimonianza di un perito è confermata da quella di altri ugualmente idonei, la testimonianza di ciascuno di essi aumenta grandemente il valore della testimonianza precedente.
La testimonianza irrefutabile di tale persona vale più di quella di una dozzina o di un milione di altri uomini che non sanno quello che dicono, perché lo zero, anche se moltiplicato per un milione, rimane ancora zero. E ciò è vero non solo in matematica, ma per qualsiasi altro argomento.
Come abbiamo già detto, questi fatti vengono ammessi senza difficoltà nelle questioni di natura materiale, ma quando si tratta di cose che esorbitano dal mondo del senso, quando il mondo superfisico è in discussione, quando le relazioni di Dio con l’uomo, i più segreti misteri dell’immortale scintilla divina, comunemente detta anima, debbono essere provati, allora tutti reclamano a gran voce perché le loro opinioni e idee su questioni spirituali vengano prese in così seria considerazione come quelle del saggio che ha impiegato tutta una vita in pazienti e faticose ricerche per acquisire conoscenza intorno a questi argomenti trascendentali.

E quel che è peggio… molti deridono!
Più ancora, molti non si contenteranno neppure di reclamare uguale considerazione per le loro opinioni, ma pretenderanno anche di deridere le parole del saggio, d’infirmare la sua testimonianza dichiarandola fraudolenta e di assicurare, con la suprema fiducia della più profonda ignoranza, che siccome essi nulla sanno di tali cose, è impossibile che nessun altro possa saperne.
L’uomo che riconosce la propria ignoranza – invece – ha già fatto il primo passo verso la conoscenza.
Il sentiero per acquisire la conoscenza diretta dei Mondi superfisici non è facile. Nessuna cosa che valga la pena di esser posseduta, si acquista senza uno sforzo perseverante. Non si potrà mai ripetere abbastanza che non esistono né doni speciali, né « fortuna ».
Tutto ciò che ognuno è, tutto ciò che possiede, è il risultato di uno sforzo.
Ciò di cui uno manca nei confronti di un altro, è latente in lui stesso e suscettibile di sviluppo se trattato con metodo appropriato.(…)
Il Cristo disse: « La verità vi farà liberi », ma la verità non si trova una volta per sempre. Se la verità è eterna, anche la sua ricerca deve essere eterna”.[3]

Chi non si pone questi interrogativi vive ai margini della propria vita
“Chiunque si fermi a riflettere su se stesso e sulla vita si imbatterà negli stessi problemi fondamentali. Se è disposto a dichiarare onestamente e senza pregiudizi quanto sa di se stesso e del mondo, arriverà al seguente risultato:
« So che esisto ».
« So che nel pensiero e nell’azione sono un essere limitato, ne deduco che non riuscirò mai a cogliere tutto.
Oltre a me esistono altre cose e altri esseri: queste cose e questi esseri che mi circondario é con cui ho a che fare nella vita di ogni giorno sono fatti di materia ».
Ne risultano i seguenti interrogativi:
« Chi sono, io, perché sono e perché sono come sono?
Da dove vengo e dove vado?
Quale rapporto di parentela esiste fra me e le cose e gli esseri che mi circondano?
Qual è il significato della mia vita e che cosa avverrà dopo la mia morte? ».
Chi non si pone questi interrogativi vive ai margini della propria vita.
Perciò anche le teorie, le filosofie e tutti gli altri sistemi andrebbero valutati sulla base di questi problemi. Sono in grado di rispondere in modo soddisfacente a questi interrogativi?
Ammetto che rispondere a questi interrogativi non è facile; tuttavia è possibile. Sostengono il contrario le persone che sono troppo pigre per cercare le risposte.
Poiché questi interrogativi sulla vita, sebbene antichi quanto l’umanità, sono attuali e lo saranno finché esisterà l’uomo, vale la pena esaminare per prima cosa le vie che sono state percorse prima di noi per trovare le risposte.
Noi abbiamo tendenza a considerare i nostri progenitori, gli uomini che ci hanno preceduto, dei confusionari creduloni e un po’ sciocchi.
Tuttavia, in un giudizio piú accorto e piú onesto dei prodotti delle grandi civiltà del passato scopriamo, e non solo in campo « tecnico », cose che ci pongono di fronte ad enigmi insolubili (trasporto dei massi per gli obelischi e le piramidi, per esempio), nonché un gran numero di sistemi che evidentemente fornivano una risposta alle nostre domande.
Sono l’astrologia, la chirologia (lettura delle linee della mano), la cabala e i Tarocchi, la cartomanzia, 1’I King, le rune, la numerologia, l’alchimia e lo yoga.
Esistono due sole possibilità: o questi antichi sistemi sono sbagliati, e non forniscono le risposte a queste domande, o sono utilizzabili e rispondono allo scopo.
Può optare per l’una o l’altra tesi solo chi conosce veramente i vari sistemi e li ha messi alla prova.
Fatto degno di nota, coloro che conoscono questi sistemi sostengono concordemente che essi funzionano e danno le risposte che cerchiamo, e fanno presente che vengono avversati e criticati esclusivamente da persone che non si sono mai preoccupate di farne la conoscenza.
Altro punto degno di nota: tutti questi sistemi, che pure derivano dalle matrici culturali piú disparate e utilizzano come base di partenza i fenomeni piú diversi, portano agli stessi risultati finali.
In altri termini: questi sistemi, che di primo acchito sembrano diversi, danno tutti le stesse risposte alle stesse domande”
[4].

Lettera ai materialisti
Si incontrano un celebre astronauta ed un neurochirurgo di fama. Quest’ultimo è cristiano credente mentre il primo è ateo. Cominciano a discutere di religione.
“Sono stato molte volte nello spazio”, si vanta l’astronauta, “ma non ho mai visto né Dio né gli angeli”.
“Ed io ho operato molti cervelli intelligenti”, risponde lo specialista, “ma non ho mai visto nemmeno un pensiero”.

Non una provocazione ma una proposta di discussione
Questa lettera non vuole essere per nessuna ragione una provocazione, bensì uno stimolo, a tanti amici, alle innumerevoli persone che ho conosciuto impegnate nel sociale e nel servizio, pur animati da “tensione ideale”, che purtroppo rischiano di non intravedere mai, almeno nel corso di questa loro vita, una possibile alternativa alla visione cruda e impersonale della materialità, all’opprimente sensazione dell’insensatezza di una realtà priva di attrattive, nella esile quanto fiduciosa speranza di poter suggerire una via per la scoperta di una luce che riscaldi il cuore.
Penso esistano vari tipi di materialisti e di materialismo.
In questa sede non voglio affrontare il tema del materialismo edonistico, ossia quello riferito ai desideri materiali, ma piuttosto il materialismo mentale, sorta di razionalismo che nell’intento di molti vorrebbe essere scientifico, ma che spesso maschera la difficoltà o la pigrizia ad andare oltre ai modelli di pensiero correntemente proposti dall’attuale società globale.
Val la pena sottolineare – checchè se ne pensi – che rientrano in questa sfera anche i cosiddetti “pensieri alternativi”, pur con tutte le velleità di equità e di giustizia che li ammantano e nobilitano (ritengo anche rendendoli preferibili, se non addirittura auspicabili in tanti casi, rispetto ad uno status quo più iniquo e illiberale) e che, altro non sono – alla luce di una prospettiva ultraterrena – che razionalismi atti a spostare il potere e la ricchezza dalle attuali mani ad altre forse più degne ma solo per poco.
Senza una prospettiva che trascenda i bisogni materiali, mancando una visione dell’esistenza che travalichi il contingente e dia una proiezione etica non legata alla propria singola e breve esistenza, nulla può evitare che in poco tempo esse divengano semplici copie delle precedenti.
Conosco sufficientemente la differenza tra il materialismo del debole, che non conosce e che ignora, o dell’idealista che lotta per l’equità e la giustizia sociale, ed il materialismo del potente o dell’acculturato, che sfrutta, che approfitta, che prevarica, che fomenta l’odio e l’ignoranza, che perseguita, che minaccia la libertà e la giustizia e fomenta il razzismo, e tra questi due poli faccio grande differenza, non nutrendo che pena e biasimo per questi ultimi, ma provando simpatia e benevolenza per i primi, con i quali mi piacerebbe condividere almeno parte della felicità provata nell’intraprendere la strada della scoperta di ciò che di spirituale pulsa in ognuno di noi.

Una gara ad handicap
Si tratta – lo so bene – di un tentativo gravato da molti ostacoli. I pregiudizi sono tanti, alcuni assai giustificati. Le ragioni di chi si oppone a qualsiasi lettura più che terrena dell’esistenza non sono sempre deboli o ingiustificate.
E comunque non vanno sottovalutate. Esse sono le stesse che prima di volgere lo sguardo verso il Grande Piano obnubilarono il nostro pensiero inficiando alla radice i giusti aneliti spirituali.
Le forze e i paradigmi che remano contro, che giustificano le scelte materialistiche e che, pur se talvolta in buona fede (una buona fede di cui faremmo volentieri a meno), uccidono l’anelito spirituale, sono molteplici, potenti, troppi ad aggravare ulteriormente l’impopolarità del tema.
Tanto per approfondire, facciamo qualche esempio.

– Le istituzioni religiose propongono da sempre modelli cervellotici e anacronistici, cosmogonie zeppe di dogmatici orpelli senza radici, schemi incomprensibili ove il collegamento con i principi ispiratori non è più che un esercizio stanco e ripetitivo; nessuna persona dotata di logica e buon senso può uniformarsi ad un piano che non spiega le differenze tra gli uomini ovvero il perché vi sia chi nasce ricco di risorse e di talenti e chi non possiede nemmeno le lacrime per piangere.
– Nessuna persona alla ricerca delle ragioni dell’alternarsi di vita e morte, può accettare l’idea stravagante di un eterno futuro senza nessun passato.
– Nessun individuo animato da spirito di giustizia e di servizio può accettare l’idea che gli “infedeli”, i non credenti o i nati prima dell’avvento di Cristo e della Chiesa, non possano ottenere la vita eterna, causa la mancanza dell’unica mediazione “ufficialmente riconosciuta” tra l’uomo e Dio.
– Nessuno studioso del Vangelo e degli insegnamenti di chi “non aveva neppure un posto dove poggiare il capo”, può uniformarsi alle espressioni della più grande magnificenza, del lusso e dell’opulenza, magari accompagnate dalla connivenza con il potere economico e dalla prevaricazione sociale e politica.
-Una tale arroganza, manifestata proprio da chi dovrebbe essere di esempio e di guida, non può essere accettata inopinatamente, e ha la grave colpa di avere soffocato da generazioni gli aneliti spirituali di innumerevoli individui pensanti.
– Le falsificazioni dei troppi esperti del “mistero”, dei ciarlatani della “magia”, dei mercanti dell’occulto, dei troppi creatori e adepti di sette, degli infangatori della saggezza, di tanti alfieri dell’ignoranza, creatori di trappole per gonzi, millantatori nell’avidità, colpevoli perché responsabili della diffusione di una mentalità pseudo-positivista che facendo di ogni erba un fascio induce a rifiutare a priori anche la saggezza di millenni di rivelazioni spirituali.
– L’ignoranza e la creduloneria che allignano sovrane in tutti i ceti sociali, cui va addebitata buona parte della responsabilità nella fortuna incontrata dai personaggi suindicati, perché “gli affari si fanno in due” e non esiste offerta senza domanda.
– Le superficiali, interessate e spesso prezzolate affermazioni di chi – ostentando sfacciatamente il ruolo di esperto dell’ultima ora – rimesta nel torbido, e fomenta una pesante caligine nella quale è difficile una chiara ed analitica visione non solo dei fenomeni meno spiegabili, ma anche di quelli più naturali.
– Gli atteggiamenti derisori di chi trova normale rispettare e far propria l’opinione di qualsiasi “tuttologo” improvvisato, ma si permette di insultare chi ha dedicato una vita alla ricerca della saggezza; l’arroganza di chi non ha alcuna conoscenza in merito ma confuta le parole dei Saggi di ogni tempo, e pretende di affermare l’inesistenza di qualsivoglia realtà ultrasensibile propugnando la vacuità solo a giustificazione della propria ignoranza.
– La reiterata tendenza da parte dei media a dare scarsa dignità all’Argomento degli argomenti, alla conoscenza che attende ai quesiti ed ai significati dell’esistenza umana, ignorando la materia o al meglio confinandola al rango di mera eccentricità, preferendole qualsiasi altro soggetto, dalla scienza ai tecnicismi, e puntando tutto sugli eccessi dell’apparenza e del consumismo.

Queste sono solo alcune delle tante barriere che, aggiunte ad un modello di esistenza che privilegia consumo, corporeità, denaro, apparenza e potere, rendono assai arduo abbandonare la via dell’edonismo.
Tuttavia, malgrado tutto ciò, ai materialisti, a coloro che pensano sia “reale” solo ciò che i cinque sensi rivelano, ai pochi di essi che prima o poi vorranno leggere queste righe, vorrei proporre le seguenti riflessioni:

1. Vostro malgrado molto di ciò che è ”immateriale” ci circonda.

1.1
Chi può veramente dire che l’astrologia non abbia mai avuto alcun peso nella sua vita (pur essendo quella comunemente proposta assolutamente inattendibile, in quanto lo scopo di quella vera non è la predizione del futuro, ma la determinazione di ciò che si è e dei propri obbiettivi)?
Che cosa ci può suggerire che la durata del ciclo femminile sia esattamente quella di un ciclo lunare? Cosa c’entrano i corpi celesti con la biochimica umana?
Come è spiegabile che, per quanto riguarda il procedimento di vinificazione, la luna sia importante al punto da pregiudicare il prodotto in caso di inosservanza della corretta concomitanza con la fase lunare?
A tal proposito ecco una riflessione adatta:
… Dove sono i successi, le possibilità; e ‑ soprattutto ‑ esistono prove? Sebbene questi interrogativi siano tipici del pensiero scientifico naturalista e quindi non possano essere applicati tout court ad un’altra branca, essi dovrebbero e possono soddisfare anche uno spirito obiettivo, una mente naturalisticamente impostata. Ecco qualche esempio:

A. Gli effetti controllabili, misurabili, dei ritmi lunari: Heinrich Guthmann, medico e filosofo, già nel 1936 pubblicò nella rivista «Medizinische Welt» gli effetti dell’influsso lunare in campo ginecologico. Riscontrò per esempio un aumento di quasi il 100 % di donne mestruate nel plenilunio e nel novilunio. Le statistiche dimostrano che in 10.393 casi esaminati la media quotidiana era di circa 350, media che prima del novilunio e del plenilunio scende a 250‑300 casi e durante il novilunio e il plenilunio sale rapidamente a 550.

B. Hilmer Heckert, un medico, ha studiato i « ritmi di lunazione dell’organismo umano » (1961) e ha scoperto una dipendenza della frequenza delle nascite dalle fasi lunari. E precisamente: nella fase crescente della luna aumentano le nascite di maschi e diminuiscono quelle delle femmine, mentre nella fase calante diminuiscono le nascite dei maschi e aumentano quelle delle femmine; vale a dire le nascite dei maschi e delle femmine presentano un periodo, a decorso polare, di 29,5 giorni connesso col corso sínodico della luna. Inoltre il Dr. Heckert ha dimostrato un ritmo lunare nell’eliminazione dell’acido urico dall’organismo umano.

C. Nel 1960 il Dr. E.J. Andrews, la cui casistica comprende circa mille interventi di tonsillectomia, constatò che 1’82% degli episodi emorragici si verificava in coincidenza con il plenilunio.

D. Il ginecologo cecoslovacco E. Jonas ha messo a punto un metodo per calcolare i giorni fertili e quelli non fertili della donna, nonché i giorni nei quali la fecondazione dà luogo alla nascita di un maschio o di una femmina, che è basato su uno specifico ritmo lunare dipendente dalla data di nascita della donna. Il suo metodo, che fino ad oggi è stato controllato su 5.000 donne, è risultato esatto nel 98 % dei casi.

E. L’Istituto Hiscia della Società per le ricerche sul cancro da dodici anni coglie il vischio ogni giorno alle 8 di mattina (e in parte anche piú volte al giorno) e sottopone la linfa della pianta di ogni «raccolta» a una serie di esami. Oggi questo istituto dispone di un materiale di ricerca completo di oltre 7.000 campioni, che hanno evidenziato la modificazione della linfa circolante nella pianta. Il metodo di ricerca piú valido è risultato essere la dinamolisi capillare di L. Kolisko, che permette di evidenziare le forze strutturanti della linfa di una pianta nei cosiddetti «quadri di ascendenza». La valutazione statistica di questi esperimenti ha dato i seguenti risultati:

a) Le forze strutturanti di una pianta dipendono dall’ora in cui essa viene colta.
b) Le evidenti modificazioni delle forze strutturanti dei succhi vegetali sono parallele alle posizioni della luna, cioè alle diverse fasi del movimento di rivoluzione della luna.

Dopo tali risultati positivi, questo lavoro di ricerca prese in esame anche altri pianeti e i loro reciproci rapporti angolari (in linguaggio astrologico: aspetti), dei quali è stato possibile accertare anche l’efficacia.

F. L’effetto delle immagini planetarie e dell’ascendente: Hermann Jaeger, un, geometra, ha esaminato per 30 anni la dipendenza della crescita delle piante dalla posizione dei pianeti nel momento della semina e ha avuto la conferma sperimentale delle asserzioni degli astrologi antichi. (I risultati sono reperibili nella rivista « Kosmobiologie », gennaio 1957 ).


G. Il barone A. von Herzeele, un letterato di Hannover, nel periodo 1876‑1883 pubblicò alcuni scritti nei quali, sulla base di oltre 500 analisi, dimostra che il contenuto in minerali (magnesio, fosforo, potassio, calcio e zolfo) dei semi delle piante aumenta nella germinazione in acqua distillata. Ora, per la legge della conservazione della materia, le piante che crescono nell’acqua distillata dovrebbero presentare la stessa quantità di minerali che contenevano i semi dai quali sono nate. Invece Herzeele nelle sue analisi dimostrava che erano aumentati sia il contenuto in ceneri che le singole componenti delle ceneri. Quindi questi esperimenti dimostravano che le piante sono capaci di creare materia.

Herzeele formula il principio nel modo seguente: « Non è il terreno che produce la pianta, ma è la pianta che produce il terreno! ».
Il filosofo Preuss nella sua dissertazione « Geist und Stoff » (1899) scrive: « Con i suoi esperimenti von Herzeele ha fornito la prova tangibile che l’immutabilità degli elementi chimici è un concetto erroneo del quale ci dobbiamo sbarazzare al piú presto se vogliamo progredire nella conoscenza della natura ».
Purtroppo le scoperte di Herzeele furono bollate d’infamia e caddero nell’oblio piú completo finché furono riscoperte dal Dr. Rudolf Hauschka, fondatore del Walaheilmittellaboratorium. Il Dr. Hauschka ha controllato mediante esperimenti effettuati personalmente le affermazioni di Herzeele usando tecniche piú raffinate e col sussidio dei mezzi piú moderni. Gli esperimenti sulla germinazione del Dr. Hauschka sono stati praticati in provette ermeticamente chiuse ‑mediante fusione del vetro nelle quali non poteva penetrare e dalle quali non poteva uscire agente fisico di sorta. Queste provette sono state pesate con una bilancia analitica della sensibilità di 0,01 mg. Se è vero che la pianta viva crea materia, la provetta con i germogli doveva aumentare di peso, perché la materia ha un peso. La pesatura effettivamente evidenziò un aumento…”[5].

1.2
Non vi è mai capitato di veder scavare un pozzo e di rimanere sconcertati nel venire a conoscenza che lo scavo venga effettuato proprio dove, un certo personaggio, mettendo in pratica il suo dono (rabdomanzia), ha indicato la presenza di acqua e la profondità a cui verrà trovata, e di scoprire che – dopo lo scavo – tutto si è esattamente riscontrato?

1.3
Avete mai approfondito i temi che sono alla base dell’omeopatia? Sapete come l’acqua che contiene la sostanza simile al problema che si intende curare (“similia similibus curantur”), viene “potenziata” con cicli di diluizione successivi che arrivano praticamente ad eliminare (da un punto di vista “materiale”) la sostanza stessa?
L’omeopatia è un metodo di preparazione dei medicamenti sviluppato da Hahnemann (1755‑1843 ). Punto di partenza è una tintura madre estratta da vegetali, animali o minerali.
Se mescolo una parte di questa tintura con 9 parti d’acqua o di alcool ottengo un medicamento di prima potenza, o, abbreviando, D 1.
Se prendo una parte di questo medicamento di prima potenza e agitando 10 volte la unisco a 9 parti d’acqua ho un medicamento di seconda potenza o D2.
Questa soluzione contiene soltanto un centesimo della tintura madre. In questo modo si possono preparare medicamenti di qualsivoglia potenza decimale.
Alla sesta potenza (D 6) la diluizione corrisponde a una parte di medicamento su 1 milione di parti d’acqua. ” Tuttavia in omeopatia D 6 è considerata ancora una potenza bassa, in quanto si opera con potenze di D 100 e oltre.
Una mente scientificamente impostata per lo piú non riesce a rendersi conto di fenomeni del genere. È dimostrabile che un medicamento della potenza D 30 non possiede piú nemmeno una molecola della sostanza della quale porta il nome, cioè è acqua pura.
Eppure tutti quelli che sono entrati in contatto con l’omeopatia giurano sulla sua efficacia e la sua capacità terapeutica.
Dov’è la soluzione? È noto che possono produrre effetti anche medicamenti inefficaci se l’assunzione degli stessi è accompagnata dalla necessaria suggestione. Sono i cosiddetti placebo.
Comunque tre argomenti escludono la suggestione e dimostrano l’efficacia dei medicamenti omeopatici.

a. I farmaci omeopatici agiscono anche sugli animali, per i quali non si può pensare alla suggestione.

b. Allo scopo di dimostrare l’efficacia dei medicamenti omeopatici, per scongiurare il pericolo del divieto di produzione degli stessi ad opera della Comunità Economica, le ditte interessate e in particolare i laboratori della sezione scientifica della Libera Università del Goetheanum hanno condotto una serie di esperimenti su vasta scala. E’ stata controllata l’azione delle diverse sostanze potenziate sulla crescita dei germogli e dei vegetali in condizioni sperimentali strettamente scientifiche. Non ritengo opportuno illustrare qui come furono impostati gli esperimenti e i dettagli d’ordine statistico. Si invita il lettore che desideri conoscerli a consultare volumi specializzati sull’argomento.
A noi interessano soprattutto i risultati: « tutte queste ricerche hanno dimostrato in modo concorde che le ” potenze ” agiscono sulla crescita dei vegetali inibendola, favorendola o intervenendo nei processi di metamorfosi. Questi effetti, riproducibili, non possono venir attribuiti a suggestione. Sorge imperioso l’interrogativo: Come è fatta la materia, se è suscettibile di potenziamento? » (Wilhelm Pelikan in « Potenxierte Heilmittel ») *.

c. Il test dei medicamenti tramite l’apparecchio per la elettroagopuntura. Come già accennato, l’indice dell’apparecchio del Dr. Voll reagisce ad un medicamento chiuso in una provetta sigillata che viene semplicemente tenuta in mano dal paziente. Il concetto tradizionale di materia non riesce a spiegare né l’effetto di una sostanza chiusa in un recipiente sul risultato della misurazione, né tanto meno le diverse reazioni dell’indice ai diversi medicamenti potenziati e alle varie potenze, perché secondo la scienza tutte queste provette contengono acqua e basta.

Quindi l’omeopatia è stata dimostrata sperimentalmente grazie ad esperimenti che soddisfano tutte le condizioni poste dalla scienza ufficiale, e in particolare la riproducibilità.
Ciononostante scienziati e giornalisti non si peritano di sbandierare la loro ignoranza in lunghi articoli contro l’omeopatia (vedi ad esempio il commento dello « Spiegel » al Congresso internazionale di omeopatia di Vienna del 1973! )
[6].

1.4
Chi non ha mai avuto a che fare con manifestazioni di premonizione di qualche tipo, spesso definite “sesto senso”, riguardanti manifestazioni effettive di ciò che si era in qualche modo preconizzato o un’inspiegabile pulsione che porta ad evitare un pericolo per sé o per un proprio caro?

1.5
Quante sono le eventualità che noi chiamiamo coincidenze, quelle concomitanze non spiegabili con la logica che, ad esempio, ci portano a conoscere persone che daranno nuovo impulso alla nostra vita o a fare scelte apparentemente illogiche che poi si rivelano utili o addirittura vincenti, che ci permettono di evitare un pericolo che viceversa ci avrebbe eliminato dal piano terrestre (si vedano le infinite testimonianze dei “per grazia ricevuta” presenti negli innumerevoli santuari italiani), testimoniandoci, come qualcuno ha detto, che “le coincidenze sono come isole, senza l’acqua sono tutte collegate”?

2. Il fenomeno del pensiero, la realtà delle idee, i modelli naturali
[Volutamente -a beneficio dei materialisti- mi limito a dissertare del solo pensiero e non dello Spirito che alberga nell’Uomo]
I pensieri non si toccano, né si vedono, né odorano, né si odono o si gustano, tuttavia sono “reali”, reali a tal punto che senza di essi noi saremmo meno di “zombie che camminano”;
Se ci pensiamo bene (mi si perdoni il “loop”), la sensazione che abbiamo di noi stessi, la nostra identità di persone, consiste e si identifica esclusivamente nel nostro pensare.
Noi siamo ciò che pensiamo, non certo la carne traballante che ci portiamo dietro, la quale infatti, priva di guida, fa una perlomeno sgradevole fine.
“Cogito ergo sum”, dedusse, al termine di una famosa dissertazione filosofica nel suo “Discorso sul metodo”, il grande Descartes (Cartesio nell’accezione italiana), pur riconosciuto e antesignano lume dell’odierna analisi scientifica.
Ogni idea è potenzialmente eterna, differentemente dalla sua pratica realizzazione, sia essa intesa come manufatto che come realizzazione socioculturale.
Già Platone parlava di un “mondo delle idee” eterno ed immutabile in antitesi alla corruttibile materia.
Una casa può essere distrutta dal terremoto o dalle intemperie, ma il suo progetto rimane, ed essa può essere ricostruita come la precedente.
Tutte le rivoluzioni prima o poi terminano, lo testimonia la storia dell’umanità, e la restaurazione successiva pare offuscarle, ma gli “archetipi evolutivi”, i “giusti” ideali, rimangono patrimonio indelebile dell’umanità, solo apparentemente perduti, magari inespressi o calpestati, ma impressi indelebilmente nella consapevolezza comune e pronti a trovare espressione appena i tempi ridiventano maturi.
Chi può affermare che sia normale, del tutto ordinario, che da un embrione si sviluppi il neonato, o che dal seme si pervenga alla quercia?
Possiamo al massimo definire questi fenomeni come consueti, usuali, attesi, non di più, per le uniche ragioni che non abbiamo mai visto nulla di diverso e che non ci abbiamo mai speculato cercando di sollevare le barriere dell’abitudine mentale.
Pensiamoci bene, a livello materiale, quando noi osserviamo un seme o un embrione, il futuro risultato, quello che in avvenire potremo ammirare nella sua sfolgorante magnificenza, non c’è proprio.
Come è possibile che si pervenga a esiti di tale complessità e perfezione (il cui solo funzionamento pare un miracolo), senza che sia stato seguito un mirabile progetto, senza l’esistenza di un preciso modello.
Persino una semplice vite, al nostro livello materiale, per essere prodotta deve venir precedentemente definita da un adeguato disegno tecnico.
Poiché pianta, animale, uomo, sono esseri viventi, pensanti (connotato immateriale come abbiamo già detto) e – per chi vuole vederlo – di matrice spirituale (ovvero il mezzo usato dall’anima per fare esperienza), nella logica della proporzionalità, del “come in alto, così in basso”, inevitabilmente il “progetto” deve essere presente, conosciuto a livelli “non materiali” a noi non evidenti, ma non può non esserci.
Se tutto fosse lasciato al caso, non potrebbe essere garantita neanche la necessaria similitudine organica.
Io vi domando come può essere accidentale qualcosa di tale complessità e perfezione, da sfuggire ancora, in innumerevoli ambiti anche solo tecnico-biologici, alla comprensione umana?
E ancor di più vi domando come possa essere anche funzionante?
La banale risposta, che sia già tutto scritto nei cromosomi – anche per la mente più semplice – lascia il tempo che trova (oltre al fatto che recentemente è stato dimostrato che non tutte le informazioni possono esservi contenute).
Dove sta l’automatismo, la consecuzione logica? Suvvia non scherziamo!
Come mai non c’è un soggetto uguale ad un altro pur nella necessaria uniformità? La scienza ha – per ora – esclusivamente analizzato ciò che è più semplice ed evidente, le varie fasi di crescita, le parti coinvolte, ovvero documentato come la vita si sviluppa, ma non perché ciò accade e non perché in un certo preciso modo!
Se qualche cosa non si capisce bisognerebbe avere sempre l’umiltà di ammetterlo, non far credere al mondo di aver compreso, non mistificare elevando la mera osservazione al rango di comprensione.
L’uomo materiale, che accetta come reale solo ciò che tocca, non può che riconoscere la assoluta incapacità di una efficace spiegazione atta a definire i più comuni fenomeni naturali intorno a noi: la nascita, la vita e la morte di tutti gli esseri viventi.
Proprio quest’ultima ci testimonia quanto sia determinante la concezione di un principio coordinante di qualche tipo, la cui essenza non può essere materiale.

3. Vita e morte
Una logica ferrea ci suggerisce che, quella che noi chiamiamo “morte” di un essere umano, è senza dubbio il venire meno di quell’entità , di quella forza, che – fino ad un istante prima – asserviva al suo coordinamento tutte le componenti materiali del corpo fisico, ora semplicemente libere di separarsi le une dalle altre, ma tutt’altro che morte.
Si evince, con la stessa logica, che ciò che teneva legato e organizzato l’insieme delle unità corporee è qualcosa di esulante da tali componenti (che infatti non muoiono), qualcosa di “non materiale”, altrimenti anche le componenti avrebbero la possibilità di cessare di esistere.
Perché quindi l’uomo muore?
La ragione è che viene meno il collegamento (se non altro a livello speculativo, il cosiddetto “doppio eterico” deve essere previsto: quella forza esterna che tiene coeso il corpaccione e gli dà forma e organizzazione) con l’invisibile forza che tiene unite le parti organiche che – lasciate a se stesse – tenderebbero alla dissociazione, e termina la connessione con il “modello energetico contenitore” che regge e governa le componenti fisiche, modello che a sua volta è formato da contenitori energetici sempre più raffinati, (astrale, mentale inf. e sup., causale, ecc.) fino all’Anima, che pervade l’individuo in quanto suo strumento di esperienza nel mondo materiale.
Ecco come, nelle parole di E. Powell, H.P.Blavatsky descrive la morte (si tenga presente che “prahna” è sinonimo di “soffio vitale” o “spirito vitale”):

Il ritiro del doppio eterico, seguito ben presto dal prahna, distrugge l’unità del corpo fisico, che resta come una massa di cellule indipendenti.
La vita di queste ultime non subisce alcuna interruzione, come è dimostrato dal fatto ben noto che talvolta in un cadavere i peli continuano a crescere.
Da quando, ritirato il doppio eterico, il prahna cessa di circolare, le vite inferiori, e cioè le cellule, si emancipano e cominciano a disgregare il corpo, sino allora ben organizzato.
Ne risulta che il corpo non è mai così vivo come dopo la morte, ma è vivo nelle sue unità, mentre è morto nella sua totalità; vivo nei singoli elementi, ma morto come organismo.
Da ciò il detto di Eliphas Levi: « Il cadavere non si decomporrebbe se fosse morto; tutte le molecole che lo compongono sono vive e lottano per separarsi » (Iside svelata)
”.[7]

L’antica saggezza senza tempo ci suggerisce che la morte corrisponde ad un preciso comando dell’anima che, ritenendo chiusa la specifica esperienza in corso sul piano materiale, come un palombaro che si libera dello scafandro terminata l’immersione, si libera dello strumento fisico all’uopo utilizzato.
«Perché (spiega il Tibetano a proposito della morte) interviene l’anima che – spesso per “attrito” (che rappresenta la divergenza tra intenzioni dell’anima e comportamento dell’individuo) – anche se l’uomo ne fosse totalmente inconsapevole – decide di porre fine all’esperimento (nel senso dell’esperire) di quella incarnazione » (Djwhal Khul, detto anche Maestro Tibetano, da “Trattato dei sette raggi – Guarigione esoterica” di A.A.Bailey ) .

3.1 La legge di analogia
C’è anche un altro aspetto che non potrà mancare di balzare agli occhi della mente razionale: la legge di analogia.
E’ innegabile che in natura tutti i fenomeni di “attività” sottostanno ad un ciclo di trasformazione temporale che prevede la reiterata oscillazione tra poli (apparentemente) opposti.
Il fatto che non si abbiano elementi – percepibili ai nostri sensi – su quanto accade dopo la morte del corpo fisico, non può autorizzare a desumere che tale analogia cessi la sua valenza proprio nel caso della vita umana.
Volutamente – in virtù dell’abbondanza e della diffusione – non faccio riferimento agli innumerevoli testi sull’argomento “ritorno da situazioni di pre-morte o morte apparente”, che i non scettici potranno facilmente reperire sul mercato.
Un proverbio popolare dice: «Il sonno è il fratello minore della morte» e questa formulazione rivela la capacità di pensare per catene analogiche verticali.
Vita e morte sono anch’esse un ritmo come inspirazione ed espirazione, veglia e sonno ‑ è solo la dimensione maggiore che rende difficile all’uomo di rendersene conto. L’esperienza conferma anche qui la validità della legge in base alla quale un polo produce per forza il suo polo opposto: la vita produce la morte.
L’unica cosa certa quando nasce un essere vivente è che un giorno morirà.
La morte segue la vita con la stessa sicurezza con cui l’espirazione segue l’inspirazione.
Ma in base alla medesima legge la morte produce nuovamente la vita.
Vediamo così che l’alternanza di vita e morte produce lo stesso ritmo dell’alternanza di veglia, sonno, veglia e così via. Vita e morte sono polarità che col loro incessante alternarsi configurano l’esistenza di tutto ciò che esiste.
Tutte le forme di manifestazione ubbidiscono a questa legge dell’oscillazione: le maree, le stagioni, l’elettricità, i periodi di guerra e di pace, le parti del giorno ‑ ovunque si manifesta il medesimo gioco ritmico dell’alternanza polare.
Perché mai proprio la polarità vita/morte dovrebbe costituire un’eccezione, perché mai una legge dimostrabile ovunque dovrebbe bloccarsi proprio davanti al fenomeno vita?
Questo passaggio ritmico dell’anima attraverso la vita e la morte è stato da sempre definito trasmigrazione delle anime o reincarnazione.
Platone lo conosceva e, al pari di Goethe, sapeva che era vero.
Dico volutamente « sapeva » invece di « credeva » perché la “legge di rinascita” non è una questione di fede, bensì un problema di conoscenza filosofica.
Ovviamente ognuno deve essere libero di credere a cose tutte diverse dalla reincarnazione, tuttavia è bene che si sappia che una ipotesi esistenziale che escluda la reincarnazione è assurda, in quanto solo la reincarnazione è in armonia con tutte le leggi dell’universo
[8].

4. Anche la scienza ci aiuta a riflettere
Molti sono i fenomeni che la scienza si rifiuta di prendere in considerazione in ragione della sua non ammessa inadeguatezza.
Così come sarebbe sbagliato, per chiunque di noi, destituire costantemente di fondamento tutto ciò che esula dalla nostra capacità di giudizio o, peggio, deridere chicchessia, solo per non ammettere di “non essere in grado” di capirlo, così la comunità scientifica dovrebbe semplicemente dichiarare la sua “carenza” in ordine alla inevitabile quanto evidente “scarsa esperienza” (cosa sono cent’anni di approccio scientifico o cinquanta di alta tecnologia?) e, per i fenomeni non spiegabili, sospendere il giudizio almeno fino a data da definire.
Faccio notare che molto meno di cento anni fa tutto ciò cui siamo abituati sarebbe stato considerato magia o stregoneria dai più eruditi. Trecento anni fa si veniva bruciati sul rogo propugnando intuizioni lontane anni luce dai contenuti di un nostro sussidiario elementare.
L’attuale organizzazione scientifica mondiale non si comporta molto diversamente dagli inquisitori di quei tempi e, pur non bruciando nessuno, esautora e giubila tutto ciò che non è in grado di capire o non in sintonia con l’ortodossia (che poi corrisponde al conservatorismo degli “arrivati”, tesi a non farsi scalzare da posizioni di rendita o dominanti).
Ancora una volta, l’uomo, anche quando erudito, dimostra quanta strada debba ancora percorrere sulla via dell’evoluzione di coscienza.
Anche per tante teorie date ormai per assodate, e conseguentemente divulgate come certezze, ci si dovrebbe attenere ai canoni della cautela e della prudenza.
Un esempio per tutti il cosiddetto “big-bang” (al di là del fatto che sia compatibile con una visione ciclica dei fenomeni): ormai celebrato come una certezza, è per ora semplicemente un’ipotesi “compatibile” ad alcuni fenomeni osservati; i suoi detrattori, come l’astronomo inglese Fred Hoyle (recentemente scomparso), sostengono con diverse compatibilità, la teoria della creazione continua di materia nell’universo (alle obiezioni degli increduli Hoyle ha sempre risposto “… perché? Secondo voi è più facile credere alla creazione di tutta la materia esistente in un unico istante?”).

Cambiando versante, in contraltare ai fenomeni che la scienza si rifiuta di prendere in considerazione, ve ne sono altri, da tempo conosciuti e analizzati, che possono dimostrarsi utili alleati alla comprensione di ciò che sfugge ai nostri sensi.
Tali fenomeni ci aiutano, se non altro per analogia, a comprendere come non sia proprio esatto affermare che sia reale solo il tangibile:

– il magnetismo, l’elettricità, le onde elettromagnetiche (radiazioni, onde radio) tramite le quali percepiamo i colori, vediamo la televisione, comunichiamo, veniamo curati, pur essendo misurabili sfuggono completamente ai nostri sensi;
– la forza di gravità, alla base della quale sta’ completamente la vita, la nostra vita, senza la quale non esisterebbero astri, pianeti, mari e montagne, che ci permette di deambulare sulla terra, è assolutamente impermeabile, non solo ai nostri sensi, ma a qualsiasi strumento, al punto che non si è ancora trovato il modo di misurarla;
– gli scienziati di tutto il mondo stanno facendo a gara per trovare per primi le prove dell’esistenza dell’etere, di quella “materia oscura” la cui presenza è prevista dalle teorie, e che compone, secondo essi, i nove decimi dell’universo intero, materia che interpenetra i solidi che siamo in grado di percepire; ergo il 90% dell’universo sfuggirebbe ai nostri sensi;
– se il suono ha bisogno di un mezzo per la sua propagazione (gas o liquido), perché la luce si dovrebbe propagare nel vuoto? Non è possibile che tale vuoto non sia del tutto tale? O semplicemente che il mezzo sia diverso da quanto atteso?
– da tempo la scienza ha concluso che la luce, da noi percepita come semplice energia o calore, ha anche un connaturato aspetto materiale, o meglio, corpuscolare; ma se il fotone, e com’esso le altre radiazioni e le particelle sub atomiche, sono contemporaneamente onde elettromagnetiche e particelle, questo simultaneo sussistere di massa ed energia non potrebbe suggerire una proporzionale valenza a tutte le manifestazioni della materia?

“Si ammette ora che la “materia”, anche aggiungendo tutte le forze possibili, è insufficiente a spiegare molti fenomeni, come ad esempio quelli della luce; si è quindi dovuto ricorrere a un atto di fede scientifica supponendo l’esistenza di una sostanza chiamata “etere”; di un mezzo che, riempiendo l’universo, trasporta le radiazioni della luce, del calore e dell’elettricità, e agisce forse a distanza, come nel caso dell’attrazione’ fra corpi celesti.
Si dice tuttavia che questo “etere” non sia “materia”, ma ne differisca profondamente, e che soltanto per la incertezza della nostra conoscenza nel tentare di descriverlo dobbiamo ricorrere a paragoni tratti dalla “materia” intesa nel senso fisico ordinario, cioè dalla sola che i sensi conoscano.
Ma nell’accettare l’esistenza dell’etere sappiamo che i corpi “materiali” immersi in esso possono cambiare posto.
Infatti, per dirla con gli indù, la proprietà caratteristica delle vibrazioni della Tattva Akasha è creare lo spazio, in cui esistono altre Tattva e loro derivati. Teorie occidentali rigorosamente scientifiche hanno cercato di costruire il mondo prendendo come elementi “materia” e “etere
“.[9]

5. Ciò che tocchiamo o vediamo è poi così reale?
Tutto è cambiamento, tutto è movimento nell’universo, ovvero pura energia. Non può esistere nulla di statico!
Quanto è fallace il pensiero “posso credere solo a ciò che vedo o tocco”!
E’ sufficiente distrarsi per un momento, assentarsi per un breve periodo, per rendersi conto, tornando, che le cose non sono più le medesime, che l’impermanenza, ovvero il movimento, il cambiamento, l’azione dell’energia, regnano sovrani nell’universo materiale che ci circonda.
Paradossalmente proprio ciò che noi crediamo più reale è illusorio, e le uniche realtà permanenti sono quelle eterne, che non possiamo toccare, ovvero il pensiero, le idee, lo spirito.
Mi spiego meglio proponendo alcune considerazioni che avvalorano l’illusorietà del mondo sensibile:

-gli atomi di cui è composta tutta la materia sono costituiti da nucleoni (protoni e neutroni che compongono il nucleo) ed elettroni che orbitano loro intorno; gli elettroni che gravitano intorno al nucleo si spostano in continuazione di orbita (o meglio, ad un diverso livello energetico), gli atomi si scambiano energia/elettroni in continuazione.
Ponendo che il nucleo dell’atomo sia Torino, l’elettrone più vicino si trova all’incirca a Palermo, per non parlare dei più distanti dal nucleo; se eliminassimo gli spazi – intra e infra – atomici della materia che compone un uomo, otterremo un microscopico punto di dimensioni talmente infinitesime che si potrebbe approssimare a nulla, allo zero, indefinibile e inesistente.
Gli elettroni, come già detto, manifestano due aspetti, quello corpuscolare e quello ondulatorio, e sono molto simili ai fotoni, ossia alla luce, quindi energia pura; esistono perché si muovono ed occupano livelli di orbita definiti “probabili” (discreti).
Quando ciò che noi chiamiamo “reale”, come la materia sotto i nostri piedi, collassa, ossia elimina gli spazi liberi, le stelle diventano “buchi neri”, e la massa della terra intera si concentra nelle dimensioni di una biglia.
Ciò che non si perde è l’energia che ha determinato il collasso.
Elettroni e nucleoni sono in equilibrio tra loro, si attraggono e si respingono in un equilibrio di forze minime per il singolo atomo, ma enormi se moltiplicate per qualche grammo di materia (fissione e fusione nucleare lo testimoniano; inciso: è interessante che sia la fusione a sprigionare la maggiore quantità di energia, il che mi dà la certezza di quanto sia proporzionalmente più potente ed importante la sintesi piuttosto che l’analisi; che ne dite?).
Le forze di questo equilibrio elettromagnetico sono quantificabili, sono energetiche, e ciò che rimane dopo l’annichilimento della materia è proprio solo l’energia che determinava questo equilibrio, energia che viene liberata.

-Gli atomi a loro volta formano gli aminoacidi, le molecole base della vita, che a loro volta formano le cellule.
Il DNA, la più complessa delle molecole cellulari, è formata da molecole più piccole in equilibrio tra loro, formate da atomi a loro volta in equilibrio tra loro in virtù dello sbilancio -o valenza- energetico che ne caratterizza la differenza, a sua volta causata dal diverso numero di nucleoni ed elettroni con un’instabilità che trova stabilità nell’attrazione tra atomi diversi.
Più che materia il nostro corpo è un perfezionatissimo equilibrio di energie continuamente rinnovato nel tempo.

-A parte la nascita e la morte della cellula in sé, anche gli elementi chimici che la compongono (acqua soprattutto quindi idrogeno ed ossigeno, carbonio, calcio, ferro, magnesio, ecc.) sono oggetto di un continuo rinnovamento dato dal processo di ossigenazione e di alimentazione che ogni cellula svolge di par suo; anche il cambiamento/rinnovamento della cellula stessa è costante, per cui la cellula di oggi non è più quella di ieri e non sarà la stessa domani.

-Le cellule che compongono il nostro corpo nascono e muoiono in continuazione, per cui ciclicamente (un certo numero anni), le nostre cellule (a parte le cellule neuronali che muoiono soltanto) sono totalmente rinnovate, e quindi completamente anche il nostro strumento di apprendimento.

– Da un punto di vista spazio-temporale non siamo mai collegabili ad un luogo costante e preciso, siamo in continuo movimento, soggetti alle imprevidibilità più inatttese, per cui nemmeno noi stessi siamo costantemente esistenti in relazione allo spazio occupato nel tempo;

-Ergo lo spazio occupato dagli atomi e quindi dalle cellule e quindi dal nostro corpo fisico, è dato esclusivamente da due fattori, che poi sono l’uno complemento all’altro: movimento ed energia alla continua ricerca dell’equilibrio; il resto non esiste, non c’è proprio, è vuoto, è nulla;

-Movimento ed energia sono i due assi del grafico piano, ma per identificare un punto nel sistema spazio-temporale che ci vede protagonisti, ci serve anche il terzo asse che è quello del tempo:

-Movimento ed energia che, nel tempo, si evolvono (cambiano, mutano) alla ricerca del migliore equilibrio nell’ambito del sistema superiore che li contiene, in un indefinito susseguirsi di sistemi concentrici, dove – come per le scatole cinesi – gli uni più piccoli costituiscono gli altri di superiore livello.
In tal modo – forse – potremmo definire “l’esistente”, sia esso organico che inorganico, con questo rendendoci ben conto di come – infine – a tutto ciò sia quantomeno alieno un approccio che lo ritenga concreto e stabile.

Si noti che ciò con cui abbiamo tentato di definire l’esistente trae origine dai mezzi scientifici ed empirici in nostro possesso, in possesso dell’umanità in questo momento, con gli strumenti tecnologici in grado di supportare i 5 sensi materiali.
Rimangono decisamente fuori altri eventuali sensi (o strumenti cognitivi), nascosti, inutilizzati, inconsapevoli, poco dimostrabili ancorché poco indimostrabili, ma dei quali ognuno di noi, chi più chi meno, ha potuto risentire gli effetti (teniamone conto, se non altro per soddisfare la cultura del dubbio che deve permeare anche il materialista più convinto).
In sintesi, se da un lato possiamo dire che le nostre percezioni sensoriali non si adattano alla comprensione della vera essenza della materia, dall’altro non possiamo negare che vediamo e percepiamo “oggetti” ed “esseri” consistenti ed evidenti, a noi, e a chi ci circonda.
Ciò risulta assolutamente chiaro, né vuole essere negato.
Ma altrettanto chiaro deve essere che i sensi non supportano una dimostrazione scientifica dei fenomeni fisici.
Tuttavia per molti individui tali fenomeni sono gli unici che contano.
Ergo, la mancanza di ricettività dei sensi della maggior parte di noi per ciò che non è materiale, non inficia in alcun modo le argomentazioni di quegli esseri “sensibili” che nel tempo – seppur in inevitabile minoranza evoluta – hanno sostenuto e sostengono l’esistenza di un ambito immateriale al di là dell’oggettività.

5.1 Erriamo quando affermiamo di conoscere le cose, conosciamo solo l’immagine che ci facciamo delle cose
Se i nostri sensi vedono, toccano e percepiscono, non possiamo ovviamente dire che tocchiamo e vediamo il “nulla”.
Il niente ‑ come le corna di una lepre o il figlio di una donna sterile ‑ non può essere percepito, toccato e visto da nessun senso, per quanto perfetto possa essere.
Quindi non possiamo sostenere la tesi di coloro che affermano che i sensi percepiscono il “nulla”, o che le cose non sono esistenti.
Però a questo punto dovremo approfondire il problema e fare delle precisazioni.
Pensare che di là dall’oggettualità non esista niente, perché i sensi e il pensiero rappresentativo non riescono a percepire, significa o essere assolutisti e unilaterali, oppure significa rinunciare alla ricerca e alla soluzione del problema.
Le cose ‑ una nuvola in cielo ‑ appaiono e scompaiono, sono e non sono, vanno e vengono, nascono e muoiono: in altri termini, sono in un continuo mutamento.
Quegli stessi sensi che toccano e vedono, un momento dopo non toccano e non vedono più perché il dato viene a sparire.
D’altra parte ci è lecito chiedere: che cosa vedono veramente i nostri occhi ?
Ciò che sulla nostra retina forma un’immagine, non è altro che una serie di vibrazioni luminose, le quali provengono dalle cose esterne.
Quando i nostri sensi vedono e toccano queste cose, non sono le cose in sé che vedono e toccano, ma piuttosto le immagini date dalle loro vibrazioni sulla retina o al tatto.
La mente, in qualità di sesto senso, traduce e interpreta le immagini retiniche, ma non la cosa in sé.
La nostra verità è quella che nasce dall’interpretazione o traduzione di un'”immagine sensoriale”.
Inoltre, come abbiamo accennato, le vibrazioni che determinano le cose non sono costanti, non sono assolute, perché subiscono incessanti modificazioni, con conseguente alterazione dell’immagine che riceviamo.
La “materia” è in continua mutazione vibratoria, è un campo di forza, per cui ci riesce impossibile cogliere il dato in sé o l’ipseità (misura ripetibile) della “materia”.
Sotto questa prospettiva, allora, la nuvola in cielo viene sì percepita, ma nell’attimo susseguente si deve riconoscere che non è più percepita: ciò è un dato di fatto, un’evidenza, un dato empirico di esperienza.
Così, in che senso potremo dire che le cose sono, cioè sono reali e assolute?
Una vera e autentica realtà dobbiamo vederla, percepirla e trovarla sempre, nel e fuori del tempo e in qualunque luogo, perché se tale realtà appare ai nostri sensi e poi scompare come un lampo o un miraggio nel deserto, fino a che punto possiamo dire che sia veramente reale?
Il considerare reale‑assoluto ciò che appare e scompare significa inevitabilmente voler forzare le cose.
D’altra parte, gli empiristi non riconoscono alcuna realtà al sogno, eppure esso è percepito dai sensi come qualunque altro dato.
Erriamo quando affermiamo di conoscere le cose, perché, come abbiamo detto sopra, conosciamo solo l’immagine che ci facciamo delle cose. E sappiamo anche che quest’immagine subisce alterazione e cambiamento nel tempo‑spazio.
La realtà frantumata negli indefinibili e sfuggenti feno­meni non garantisce la stabilità e la certezza del sapere, ma abbandona la conoscenza a un divorante relativismo, incapace di determinazione.
Il pensiero muore angosciosamente, per­dendosi in frustranti aporie (difficoltà logiche senza soluzione) e contraddizioni.
Dobbiamo anche dire che gli empiristi riconoscono tutto ciò ma, non volendo pervenire laddove sono arrivati gli idealisti puri ed essendo attaccati al loro punto di vista, sono costretti a fare questa paradossale affermazione: la realtà è apparenza, è relatività, è cangiamento.
Però tale affermazione non è conforme a ragione, se non altro per il semplice motivo che se tutto è relativo e mutevole anche l’affermazione “tutto è relativo” è relativa.
Se un ente è relativo e non‑costante, come può affermare una realtà assoluta o una realtà che è di un altro ordine e di un’altra dimensione?
In altri termini, un relativo può enun­ciare solo verità relative.
Quindi ciò che l’empirista sensoriale vede e tocca non è la Realtà con lettera maiuscola, ma un semplice “fenomeno” che appare e scompare.
Comunque, un fenomeno non è un puro niente, esso è l’effetto di un particolare movimento che determina l’apparizione di una forma‑corpo, di un evento che non è “sostanza”.
E lo stesso movimento è, a sua volta, effetto, perché il suo esistere è frutto di relazione.
Se l’empirista è costretto a considerare che tutto è relativo e impermanente, egli va a coincidere, in parte, con il punto di vista advaita (non dualità), cioè col punto di vista apparentemente opposto al suo. Gli estremi si toccano se si cerca di comprenderli.
A questo punto si può prendere in considerazione la prospettiva considerata in precedenza, quella che afferma esservi solo l’Essere senza il divenire.
Nell’esaminare il punto di vista empirista, abbiamo asserito che voler disconoscere completamente l’oggetto è impossibile, però abbiamo concluso che ciò che si conosce non è il reale, ma un fenomeno‑divenire o l’interpretazione mentale e individuale di tale fenomeno.
E se tutto ciò che vediamo e tocchiamo è fenomeno‑movimento, occorre bene che ci sia un dato da cui tale movimento fenomeno possa dipendere.
Non si sono mai visti fenomeni-effetti che non dipendano da cause‑princìpi.
Il divenire, essendo abalietà (nella tradizione filosofica medievale: caratteristica di ciò che deve la sua esistenza ad altro), non può dipendere dallo stesso divenire.
E come possiamo conoscere questo Essere che sta dietro il fenomeno e dietro l’interpretazione mentale‑sensoriale, Essere che gli empiristi vorrebbero toccare e vedere come fosse un fenomeno‑oggetto?
Se un oggetto fenomenico può essere visto e toccato con strumenti altrettanto relativi, fenomenici e oggettuali, l’Essere, in quanto puro Soggetto, può essere conosciuto mediante l’Essere, mediante una presa di consapevolezza di sé in quanto Essere-soggetto, dal momento, appunto, che 1′ Essere non è un “oggetto”.
Quando eliminiamo o trascendiamo il divenire‑fenomeno, l’Essere si svela nella sua realtà assoluta e aseità (l’indipendenza della divinità, che esiste a sé, “per se stessa”).
Se il relativo può essere conosciuto ponendoci sul piano della relazione e su quello della semplice interpretazione, l’Essere può essere conosciuto ponendoci sul piano dell’identità.
La filosofia occidentale, in genere, non ha risolto il problema della conoscenza dell’Essere, perché si è posta sempre sul piano della dualità, anche quando ha creduto di affermare l’Unità del reale
”.[10]

6. Aleatorietà dei cinque sensi

I cinque sensi sono strumenti oltremodo stupefacenti e perfetti, tuttavia ad essi vanno associati i difetti propri degli strumenti: l’input viene comunque inviato al cervello, ed è la mente che decodifica; la mente non può fornire letture oggettive in quanto soggiace ai mille condizionamenti consci ed inconsci accumulati durante l’esistenza, in certo qual modo similmente a quanto dice il principio di indeterminazione di Heisemberg, che svelò come la stessa attività di osservazione influenzasse pesantemente l’oggetto dell’osservazione.
La realtà in quanto tale non esiste, esiste l’immagine che le persone se ne sono fatta: la soggettività della realtà si può facilmente dimostrare chiedendo a 10 persone che hanno assistito al medesimo episodio quale sia la loro versione dei fatti e scoprendo immancabilmente che non ce ne sarà una uguale all’altra.

Gli organi dei sensi sono le porte di ingresso delle percezioni.
Attraverso gli organi dei sensi noi ci colleghiamo col mondo esteriore.
Essi sono le finestre della nostra anima, quelle finestre attraverso le quali guardiamo ‑ per vedere alla fine soltanto noi stessi.
Perché questo mondo esteriore che noi sperimentiamo attraverso i sensi e della cui realtà siamo così fermamente convinti, in realtà non esiste.
Cerchiamo di capire poco per volta questa affermazione che sembra pazzesca.
Come funziona la nostra percezione?
Ogni atto della percezione sensoriale è riducibile a un’informazione che avviene attraverso la modificazione di vibrazioni di particelle. Consideriamo per esempio una spranga di ferro e vediamo il suo colore nero, sentiamo il freddo del metallo, avvertiamo un odore caratteristico, sentiamo la sua durezza. Ora surriscaldiamo con la fiamma questa spranga di ferro e vediamo che il suo colore si altera e comincia a diventare rosso, sentiamo il calore che da esso emana, ci rendiamo conto di una certa duttilità. Che cosa è successo?
Abbiamo semplicemente fornito energia alla spranga di ferro, fatto che ha come conseguenza un aumento della velocità di movimento delle particelle.
Questa aumentata velocità ha portato a percezioni alterate, che noi descriviamo come «rosso», «caldo», «pieghevole», eccetera.
Da questo esempio vediamo chiaramente che la nostra percezione si basa sulla vibrazione delle particelle e sulla modificazione della loro frequenza.
Le particelle giungono a specifici ricettori dei nostri organi sensoriali e producono lì uno stimolo che attraverso impulsi chimico‑elettrici viene condotto grazie al sistema nervoso al nostro cervello e produce lì un quadro complesso che noi definiamo «rosso», «caldo», «profumato» , eccetera.
Per le particelle che, quindi, “entrano”, ne esce un complesso modello percettivo: tra questi due elementi troviamo la rielaborazione.
Crediamo cioè che le immagini complesse che la nostra coscienza elabora dalle informazioni fornite dalle particelle esistano davvero al di fuori di noi!
Qui è il nostro errore! Fuori ci sono soltanto particelle ‑ ma quelle non le abbiamo percepite mai.
Quindi è vero che la nostra percezione si basa su particelle ‑ però noi non riusciamo a percepirle. In realtà noi siamo circondati soltanto dalle nostre immagini soggettive.
Noi crediamo che altre persone percepiscano la stessa cosa, nel caso che usino le nostre stesse parole per la percezione ‑ e tuttavia due persone non potranno mai stabilire con certezza se vedono la stessa cosa quando parlano di qualcosa di «verde».
Noi siamo sempre totalmente soli con le nostre immagini personali ‑ e tuttavia facciamo tutto il possibile per non essere confrontati con questa verità.
Le immagini ci sembrano reali, proprio come in sogno, ma i sogni sono veri fintanto che si sogna.
Un giorno ci si sveglia dal sogno che sogniamo giorno dopo giorno e ci stupiamo nel constatare come quel mondo che avevamo ritenuto vero è svanito nel nulla ‑ maja, illusione, velo, soltanto questo: un velo che ci impedisce di vedere la realtà vera e autentica.
Chi ha seguito la nostra argomentazione potrà obiettare che magari non esiste il mondo esteriore così come noi lo percepiamo, ma che però esiste un mondo esteriore; fatto di particelle.
Ma anche questo è sbagliato.
Infatti sul piano delle particelle il confine tra “Io” e “non‑Io”, tra dentro e fuori, non è più percepibile. Non è possibile distinguere se una particella appartiene ancora a me o già al mondo esteriore.
Qui non ci sono confini. Qui tutto è uno.
Proprio questo vuol significare l’antico insegnamento esoterico di «microcosmo = macrocosmo». Questo «uguale» ha qui una precisazione matematica.
L’lo (Ego) è illusione che esiste soltanto nella coscienza come confine artificiale ‑ fintanto che l’uomo impara a sacrificare questo Io per rendersi conto con sorpresa che la solitudine in realtà è un essere «uno col tutto».
Tuttavia la via che porta a questa unità è lunga e difficile.
Siamo legati dai nostri cinque sensi a questo mondo apparente della materia ‑ così come Gesù fu inchiodato da cinque ferite alla croce del mondo materiale.
Questa croce può essere superata soltanto caricandosela sulle spalle e rendendola veicolo della «rinascita nello spirito»
 ”.[11]

7. Perché ordine e non caos? Ovvero “dal principio entropico a quello antropico”

Probabilmente tutti gli esseri organici vissuti su questa terra sono discesi da qualche forma primordiale, in cui la vita fu inizialmente infusa… c’e’ grandezza in questa visione della vita…secondo cui, mentre questo pianeta ha continuato a girare secondo la legge fissa della gravità, da un inizio così semplice infinite forme bellissime e meravigliose si sono evolute e continuano ad evolversi.”
Charles Darwin, L’origine delle specie, 1859

Sembra esistere comunità di materia per tutto l’universo visibile, poiché le stelle contengono molti elementi presenti nel sole e sulla terra. E’ notevole che gli elementi più ampiamente diffusi in tutta la moltitudine delle stelle siano quelli più strettamente legati con gli organismi viventi del nostro globo, inclusi idrogeno, sodio, magnesio e ferro. Non potrebbe darsi che almeno le stelle più brillanti siano, come il nostro sole, centri di attrazione e di energizzazione di sistemi di mondi, virtuali dimore per esseri viventi?
William Huggins, 1865

L’entropia è definita come misura dell’uniformità inerte, dell’assenza di forma, di gerarchia e di differenziazione, ovvero misura del livello di disordine, fino al caos.
C’è chi sostiene che noi e tutto ciò che ci circonda saremmo frutto del caso, elementi casualmente ordinati nell’infinito caos entropico.
I casi sono due, se l’affermazione fosse di dotta origine potrebbe considerarsi perlomeno azzardata, e se la fonte fosse di origine sprovveduta essa si baserebbe su insufficienti cognizioni, per cui non ci prenderemo la briga di confutarla.
Nel primo caso – dunque – perché azzardata? Facciamo qualche esempio.
I livelli di energia a livello atomico sono “discreti” ovvero, come confermato dalla teoria dei quanti, sono “predefiniti” per cui i salti tra un livello energetico e l’altro non possono essere casuali.
Se la carica dell’elettrone fosse stata leggermente diversa tutte le leggi della chimica sarebbero diverse e – tra le tante cose – nemmeno il nostro organismo si sarebbe formato.
Se – nel caso la teoria del big bang fosse quella giusta – al momento dell’esplosione (o creazione) ci fosse stato solo l’1% di energia in meno, l’universo nascente si sarebbe chiuso su se stesso. Niente espansione, niente stelle e galassie e tantomeno specie viventi.
Se la legge di gravità non fosse tale, a livello planetario nulla di ciò che conosciamo esisterebbe.
Ci risparmio le leggi della termodinamica o quelle sulla dinamica dei fluidi.
Questi sono solo alcuni degli innumerevoli esempi che, ponendo l’universo in relazione all’uomo (il principio antropico), dimostrano come la nostra esistenza sia il frutto di un’enorme quantità di precise condizioni collegate, susseguenti e assolutamente “causali”, non casuali.
A noi la scelta: pensare che l’uomo sia il frutto di un incredibile numero di eventi casuali e unico nell’universo, oppure pensare che all’atto della creazione siano state “instaurate” quelle leggi che alla fine avrebbero dato vita ad essere senzienti, in grado di interrogarsi, come ora noi facciamo, sull’origine del tutto.
Io sostengo che la prima ipotesi è, sia poco verosimile, sia comoda.
Ecco qualche ragione:

· Nessuna legge fisica può essere frutto di caso, é una contraddizione in termini. Una legge fisica vale sempre, per ogni fenomeno, si ripete reiteratamente e documentabilmente, nello spazio e nel tempo, ogni qualvolta sia messa in gioco. Se così non fosse, se fosse il caso, ogni volta si avrebbero effetti diversi, aggregazioni diverse, tutto e il suo contrario sarebbe possibile. Non potrebbe sussistere nessun ciclo (come ad es. notte-giorno, stagioni, crescita), mentre riscontriamo che tutto ciò che ci concerne è ciclico e ordinato
· Che senso avrebbe il creato, PERCHE’ DOVREBBE ESISTERE QUALCOSA AL DI LA DEL NULLA?
La verità è che il sistema nel quale siamo immersi ha senso solo se si prevede un obbiettivo al di fuori di esso, come approfondiremo più innanzi.
· Tutto è proporzionale, come in alto così in basso: così come senza la volontà degli uomini non esisterebbero case e famiglie, senza le idee e le volontà di applicarle non esisterebbero realizzazioni, così senza una volontà generatrice non esisterebbe nulla, perché la materia è energia e l’energia è il frutto del potere e della volontà di estrinsecare un atto di amore, è la realizzazione di un grande disegno filantropico, è il compiacimento di un’Entità incomprensibile per la mente umana, che solo in un atto, in un’azione, in una creazione iniziale e poi in una nascita e trasformazione perenne e infinita, possono avere luogo.
· E’ certo molto più comodo non pensare di dovere ad alcuno alcunché, non dover esser grati a nessuno di esistere, non avere principi da seguire, non avere responsabilità verso di noi, verso gli altri, verso la natura che ci circonda, non avere scopo di vita se non il proprio tornaconto e benessere, peraltro effimeri e insoddisfacenti.
· Il nostro scopo, lo scopo dell’umanità, lo scopo della galassia e dell’universo, lo scopo del continuo movimento, può essere solo L’EVOLUZIONE. Questo emerge da ogni manifestazione della vita. Così noi uomini nasciamo per evolverci, per essere ogni momento migliori dell’attimo precedente, per rinnovarci ed essere in tal modo sempre più adatti all’ambiente circostante, per adeguarci e vibrare all’unisono con la natura e con la collettività.
L’evoluzione prescinde dalla forma, da criteri esteriori, o moralistici, tanto cari a certe teorie, essa è funzione unicamente dell’armonia, dell’equilibrio e del miglioramento, funzionali all’ambiente e al gruppo.
· NULLA SI CREA, NULLA SI DISTRUGGE, MA TUTTO SI TRASFORMA questa la legge di Lavoisier. La fine non esiste, esiste solo trasformazione, passaggio da uno stato ad un altro al fine evolutivo, perché, al termine dell’immane Ciclo, tutto si ricongiunga con l’Entità generatrice, onde far sì che il cerchio si chiuda e il “respiro di Dio”, immenso e infinito, possa ricominciare.

L’osservazione ci insegna che noi viviamo in un mondo ordinato, in quanto conosciamo leggi la cui validità e attendibilità sono controllabili fino a molto lontano nel passato.
Se il nostro mondo fosse caotico, sarebbe estremamente improbabile che gli oggetti cadessero sempre in basso, che determinati animali e determinate piante presentassero sempre le stesse caratteristiche, che sole, luna e stelle percorressero orbite calcolabili ecc.
Se optiamo per il cosmo dobbiamo continuare a pensare in questo senso: per quanto tempo il cosmo rimarrebbe tale se ci fosse posto per il caso?
La possibilità della presenza del caso trasformerebbe il cosmo in caos.
Quindi la nostra idea tradizionale di un cosmo con possibilità di casualità non è sostenibile sul piano logico
”.[12]

Aggiungerei che se proprio c’è qualcuno che fomenta il disordine e il caos, che intralcia pesantemente l’equilibrio della natura, che rema controcorrente creando pericoli per sé e per gli altri, e che, per tutto ciò, rifiuta di intendere qualsiasi ordine supremo solo per giustificare sé stesso e le sue malefatte, questi è l’uomo.

8. Principio causale: causa iniziale o finale?
Ciò che impedisce a moltissimi individui di accostarsi a qualsiasi ragionamento che preveda l’esistenza di un Dio o di un fine ultimo è il nostro modo di pensare cosiddetto “scientifico”.
Questo modus è strettamente connaturato con il “metodo causale”. Esso postula che un fatto accada – sempre – perché v’è una precedente causa che l’ha provocato.
In realtà questo modo di pensare non è del tutto scientifico, se per scientifico intendiamo anche ciò che possiamo sperimentare direttamente.
Infatti sono molteplici le azioni e gli eventi che trovano una giustificazione nel futuro.
Tutte le manifestazioni che gli umani mettono in atto al fine di realizzare un’intenzione, un proposito di qualche tipo, dal prendere l’ombrello in previsione che piova, al realizzare lo scudo spaziale in previsione di attacchi da parte di chicchessia, rientrano in questo ambito. Sono la maggior parte e molte fra esse sono proprio quelle che hanno permesso all’umanità di progredire nel suo cammino.
Nell’altra categoria, quella della catena causale, rientrano tutte le re-azioni, i riflessi condizionati, gli automatismi, le pene, le sofferenze, le ritorsioni, le vendette ecc.
Le due tipologie causali sono palesemente coesistenti, due aspetti spesso connaturati del processo di umana attività.
Curiosamente, nel momento in cui si vuole valutare un processo naturale, il pensare “scientifico” prevede il totale abbandono di un approccio equilibrato tra i due principi causali. Come mai? E’ giusto?
Ma ancora più grave è che, non solo si adotti un metodo forse inadeguato anche per spiegare i fenomeni naturali e fisici, ma che si utilizzi questo metro per approcciare – e sovente screditare – qualsiasi ricerca spirituale, e più in generale tutto ciò che concerne il “non materiale”.
A tal proposito vi propongo una interessante riflessione:

…Ci imbattiamo qui in un problema basilare delle nostre consuetudini di pensiero. Per l’uomo è ormai ovvia l’interpretazione causale degli eventi percepibili e la costruzione di ampie catene causali, in cui causa ed effetto hanno un rapporto reciproco ben preciso.
Cosi, per esempio, chi legge il libro può farlo perché io l’ho scritto e perché la casa editrice l’ha pubblicato e perché il libraio l’ha venduto e cosí via.
La concezione causale appare cosí illuminante e addirittura obbligata che la maggior parte delle persone la considera una premessa necessaria del pensiero umano.
Infatti si va ovunque in cerca delle piú diverse cause delle piú varie manifestazioni, sperando di ricavarne non soltanto piú chiarezza sui rapporti, ma anche la possibilità di poter intervenire nei processi causali.
Qual è il motivo dei prezzi in crescita, della disoccupazione, della criminalità giovanile? Quale causa ha un terremoto o una determinata malattia? Domande su domande, e ovunque si spera di scovare la vera causa.
Ora però la causalità non è affatto cosí priva di problemi e scontata come potrebbe sembrare ad una considerazione superficiale.
Si può addirittura dire (e queste voci diventano sempre piú numerose) che il desiderio dell’uomo di spiegare il mondo in termini causali ha portato molta confusione e molte controversie nella storia dell’umana conoscenza e ha portato a conseguenze che cominciano soltanto oggi a risultare parzialmente evidenti.

La concezione “finale” della causa
Da Aristotele in poi la concezione di causa viene suddivisa in quattro categorie.
Cosí si distingue tra causa efficiente, ossia la causa dell’impulso, la causa materiale, cioè la causa che ha le sue basi nella materia, la causa formale, quella che dà la forma, e infine la causa finale, ovvero la causa dello scopo, quella che deriva dalla meta che ci siamo prefissi.
L’esempio classico della costruzione di una casa farà capire facilmente le quattro categorie della causa.
Per costruirti una casa occorre prima di tutto l’intenzione di costruire una casa (causa finale), poi un impulso o un’energia, che si manifesta per esempio nell’investimento e nella forza lavorativa (causa efficiente), inoltre progetti (causa formale) e infine materiale come cemento, tegole, legno, ecc. (causa materiale).
Se manca una di queste quattro cause, sarà difficile riuscire realizzare la casa.
Tuttavia il bisogno di una causa vera, « causale », porta continuamente a ridurre il concetto quadruplice di causa. Sono cosí manifestati due indirizzi con concezioni opposte: rappresentanti di un indirizzo hanno visto nella causa finale la vera causa di tutte le cause.
Nel nostro esempio l’intenzione di costruire una casa sarebbe l’autentica premessa di tutte le altre cause.
In altre parole: l’intenzione o lo scopo rappresenta sempre la causa di tutte le cause.
Per esempio la causa del fatto che scrivo queste righe è la mia intenzione di pubblicare un libro.
Questa concezione finale della causa ha fatto da base scienze dello spirito, da cui le scienze naturali si sono nettamente differenziate col loro modello causale energetico (causa efficiente).
Per l’osservazione e la descrizione delle leggi naturali la subordinazione di un’intenzione o di un fine è risultata troppo ipotetica, mentre aveva un senso l’ammissione di una causa o di un impulso.
Così le scienze naturali si basarono su una legge causale nel senso di un impulso energetico.
Queste due diverse concezioni della causalità separano ancora oggi le scienze spirituali da quelle naturali e hanno reso difficile se non impossibile la reciproca comprensione.
Il pensiero scientifico causale segue la causa nel passato, mentre il modello della finalità proietta la causa nel futuro.
Formulata cosí, quest’ultima constatazione può risultare per molti ostica da capire ‑ infatti come può la causa essere successiva all’effetto?
D’altra parte, nella vita quotidiana, non ci si perita affatto dal formulare questo rapporto d’azione: «Vado adesso perché il treno passa tra un’ora», oppure: «Ho comprato un regalo perché la settimana prossima è il suo compleanno» .
In tutte queste formulazioni un evento futuro proietta i suoi effetti all’indietro.
Se consideriamo gli eventi della nostra vita quotidiana, vedremo che alcuni si adattano di piú ad una causa energetica nel passato ed altri ad una causa finale collocata nel futuro.
Diremo per esempio: « Faccio acquisti oggi perché domani è domenica » , e: « Il vaso è caduto perché l’ho urtato ».
È però pensabile anche un doppio modo di considerare: per esempio la causa di un soprammobile andato in pezzi durante una lite coniugale potrebbe esser vista o nel fatto che è stato gettato a terra o anche nel fatto che si voleva far arrabbiare l’altro. Tutti questi esempi fanno capire che le due concezioni causali tengono in considerazione piani diversi, che hanno entrambi la loro giustificazione.
La variante energetica rende possibile la concezione di un rapporto meccanico e si riferisce cosí sempre a un piano materiale, mentre la causalità finale lavora con motivazioni o intenzioni, che bisogna attribuire non piú alla materia, ma soltanto alla psiche.
Cosí il conflitto cui abbiamo accennato è una formulazione speciale delle seguenti polarità:
causa efficiente ‑ causa finale

passato ‑ futuro
materia ‑ spirito
corpo ‑ psiche

A questo punto sarebbe ora utile mettere in pratica tutto quello che abbiamo detto della polarità. Allora potremmo scambiare l’affermazione “o…,o…” in un “sia…, sia…”, e capire cosí che i due modi di considerare non si escludono, ma si completano.
È sorprendente quanto poco si sia imparato dalla struttura corpuscolare e ondulatoria della luce!).
(…)

E’ nato prima l’uovo o la gallina?

Per l’umana esistenza la causa consiste unicamente nella catena causale materiale del passato e quindi il fatto che noi siamo come siamo è il risultato casuale dell’evoluzione e dei processi selettivi dall’atomo di idrogeno fino al cervello umano?
Oppure la causalità ha bisogno anche dell’intenzione, che agisce dal futuro e fa quindi muovere l’evoluzione verso un fine ben definito?
Per gli scienziati questo secondo aspetto è « troppo grande, troppo ipotetico » , per i filosofi il primo aspetto è « troppo piccolo, troppo povero ».
Tuttavia se noi consideriamo evoluzioni piú piccole e quindi totalmente valutabili, troviamo sempre le due diverse causalità.
La tecnologia da sola non basta per costruire gli aeroplani: ci vuole l’idea completa del volo, che deve scaturire dalla coscienza umana.
Altrettanto dicasi per l’evoluzione: essa non è il risultato di decisioni o sviluppi casuali, ma la realizzazione materiale e biologica di un modello eterno.
I processi materiali spingono da un lato, la forma finale richiama dall’altro, affinché al centro possa verificarsi una manifestazione.
(…)
Ma la causalità necessita sempre di una conclusione ben stabilita.
Nel pensiero causale ogni manifestazione ha una causa, motivo per cui non solo è permesso ma è anche necessario interrogarsi sulla causa della causa.
Questo processo porta a indagare la causa della causa della causa ‑ ma purtroppo non conduce mai a una conclusione.
La causa prima di tutte le cause non potrà mai venir trovata.
O a un certo punto si smette di porre domande, o si arriva a una domanda senza risposta, che non può avere piú senso della famosa domanda se sia nato prima l’uovo o la gallina.
Con queste considerazioni vorremmo far capire che il concetto di causalità nella vita quotidiana può al massimo essere utilizzabile come funzione ausiliatrice del pensiero, ma è totalmente insufficiente e inutilizzabile come strumento per capire rapporti scientifici, filosofici e metafisici.
Il convincimento che esistano rapporti causali è sbagliato, perché si basa sul presupposto della linearità e del tempo.
Se però ammettiamo che la causalità potrebbe essere un possibile (e quindi imperfetto) modo soggettivo di considerare dell’uomo, allora diventa di nuovo legittimo applicarla là dove ci appare utile nella nostra vita.
Però noi oggi crediamo generalmente che la causalità sia esistente in sé e per sé e addirittura dimostrabile sperimentalmente ‑ ed è contro questo errore che stiamo dicendo le cose che diciamo.
L’insistere nell’interpretazione esclusivamente causale ha enormemente limitato il nostro modo di vedere.
Nel campo della scienza è stata la fisica dei quanti che ha messo in discussione la concezione causale.
Infatti Werner Heisenberg ha detto « che in ambiti spazio‑temporali minimi, ovvero dell’ordine di grandezza delle particelle elementari, spazio e tempo scompaiono in maniera tutta particolare, in modo cioè che non è piú possibile definire esattamente neppure i concetti di prima o dopo.
Nelle grandi dimensioni non cambierebbe naturalmente niente della struttura spazio/tempo, però bisognerebbe tener conto della possibilità che esperimenti condotti in ambiti spazio‑temporali minimi potrebbero mostrare che certi processi si svolgono col tempo che scorre al contrario a quello previsto dalla causalità ».
Heisenberg si esprime chiaramente ma con prudenza, perché come fisico limita le sue osservazioni a ciò che si può osservare.
Tuttavia queste osservazioni si inseriscono perfettamente in quella visione delle cose che i saggi di tutto il mondo hanno da sempre indicata.
L’osservazione delle particelle elementari avviene in un territorio di confine del nostro mondo dominato da spazio e tempo ‑ e ci troviamo per così dire al « luogo di nascita della materia » .
Qui, come dice Heisenberg, spazio e tempo spariscono.
Prima e dopo diventano invece sempre più evidenti via via che si penetra nella struttura piú vasta e piú grossolana della materia.
Se però ci moviamo nell’altra direzione, si perde subito la possibilità di distinguere nettamente tra spazio e tempo, prima e dopo, finché infine questa separazione svanisce del tutto e arriviamo là dove dominano unità e inseparabilità.
Qui non c’è né spazio né tempo; qui domina l’eterno qui e adesso.
Qui troviamo il punto che tutto contiene e che tuttavia viene chiamato « nulla ».
Tempo e spazio sono le due coordinate che reggono il mondo della polarità, il mondo dell’illusione, Maja; prendere coscienza della loro non‑esistenza è premessa indispensabile per poter raggiungere l’unità.
In questo mondo polare la causalità è una prospettiva della nostra coscienza, un modo di interpretare gli eventi, è il modo di pensare dell’emisfero cerebrale sinistro. Abbiamo già detto che l’immagine scientifica del mondo è quella dell’emisfero sinistro ‑ e non c’è quindi da meravigliarsi che qui si dia tanto peso alla causalità.

L’importanza dell’analogia, o meglio, come in alto così in basso

L’emisfero destro però non conosce alcuna causalità, ma pensa in maniera analogica. Con l’analogia abbiamo trovato un secondo modo di considerare, opposto alla causalità, un modo che non è piú giusto o piú sbagliato, migliore o peggiore, ma che costituisce il necessario completamento dell’unilaterale causalità. Soltanto tutti e due insieme ‑causalità e analogia ‑ possono creare un sistema di coordinate in cui il nostro mondo polare può essere interpretato in modo significativo.
Come la causalità rende evidenti rapporti orizzontali, cosí l’analogia segue (verticalmente) principi originari attraverso tutti i piani delle loro manifestazioni. L’analogia non cerca rapporti d’azione, ma si orienta in base all’identità del contenuto nelle diverse forme. Se nella causalità il rapporto temporale è espresso con un «prima» / «dopo», l’analogia vive in base alla sincronicità.
Se la causalità porta a differenziazioni sempre piú evidenti, l’analogia riunisce la molteplicità in modelli unitari.
L’incapacità della scienza di pensare in maniera analogica la costringe ad indagare sempre di nuovo le leggi su tutti i piani.
La scienza non osa e non può, trovata una legge, compiere astrazioni in modo che questa legge possa essere considerata per analogia come principio valido su tutti i piani.
Essa per esempio studia la polarità nell’elettricità, in campo atomico, negli emisferi cerebrali e in mille altri campi: e ogni volta lo fa di nuovo, senza tener conto degli altri campi e di quanto è stato qui scoperto.
L’analogia sposta l’angolatura di novanta gradi e pone le forme piú diverse in un rapporto analogico, scoprendo in tutte lo stesso principio di base.
Cosí per esempio il polo elettrico positivo, l’emisfero cerebrale sinistro, il sole, il fuoco, lo Yang cinese hanno improvvisamente qualcosa a che fare l’uno con l’altro, sebbene non esistano tra di loro rapporti causali.
L’analogia comune deriva dal principio di base comune a tutte le forme citate, che nel nostro esempio potrebbe essere il principio maschile o dell’attività.
Un simile modo di vedere divide il mondo in componenti archetipe, e considera i diversi modelli formati dagli archetipi.
Questi modelli si ritrovano per analogia in tutti i piani delle forme di manifestazione ‑ come sopra, cosí sotto.
Questo modo di vedere deve essere appreso esattamente come quello causale.
Esso dischiude però un lato totalmente diverso del mondo e rende visibili rapporti e modelli che per l’occhio abituato alla prospettiva causale sono invisibili.
Come i vantaggi della causalità si trovano nell’ambito della funzionalità, l’analogia ha il merito di far divenire trasparenti i rapporti a livello di contenuto
 ”[13].

9. Analisi o Sintesi

La materia in sé non esiste, esiste soltanto il vivificante, invisibile, immortale spirito, causa prima della materia … con il misterioso creatore che non mi perito di chiamare Dio
Max Plank

L’analisi, ossia il metodo scientifico di decodifica dei fenomeni utilizzato dalla scienza, che indica “suddividere”, sezionare, separare tutti gli elementi di un dato evento per poterli meglio comprendere, senza la successiva sintesi, ossia la comprensione di come tutti gli eventi concomitanti tra loro interagiscano, non può produrre l’esatta comprensione del fenomeno.
La scienza attuale ha sviluppato elevatissime qualità nell’analisi ma è ancora lungi dal raggiungere apprezzabili risultati nella sintesi (un esempio tuttora famoso è la mancanza di una teoria che unifichi forze di gravità, magnetica, elettrodebole ed elettrica, oppure si pensi alle evidenti carenze nella conoscenza delle interazioni tra gli organi del corpo umano).
Tuttavia, in virtù di questo diffuso quanto insidioso approccio, l’uomo “evoluto” (intendendo significare con questo, istruito e realizzato) dei nostri tempi ha continuato ad approfondire sempre più i metodi di analisi, per contro tralasciando i criteri e la predisposizione alla sintesi.
Abbiamo quindi assistito al proliferare della specializzazione sempre più esasperata, accompagnata da una informazione sempre più prolissa e variegata, senza che fosse reso possibile, una volta giunti in fondo, ripercorrere a ritroso il cammino per giungere alla giusta interpretazione e alla collocazione di un fenomeno nel tutto che lo contiene.
Anzi, questa “divisione” intrinseca all’analisi, ha portato spessissimo al crearsi di fazioni contrapposte, con relativi sostenitori in lotta tra loro, senza che nessuno facesse il minimo sforzo per ricercare le assonanze piuttosto che le divergenze.
Con tutto ciò non voglio sostenere che l’analisi sia erronea in sé, per carità: rispetto alla creduloneria superstiziosa o alla superficialità di un tempo vi sono abissi di diversità, ma come sempre si è esagerato in un senso dimenticando l’altro.
Tanto per citare Aristotele e la sua “aurea mediocritas”, se sintesi ed analisi fossero i due poli opposti della conoscenza, l’uomo saggio dovrebbe posizionarsi esattamente nel centro per essere nel giusto.
Anche la facile obiezione che prevede l’analisi adatta ad indagare il mondo della scienza e la sintesi più adatta all’approfondimento metafisico, non trova rispondenza in un ottica di tipo onnicomprensivo, l’unica aderente ad esigenze di interconnessione che possano rappresentare correttamente il modello di ambiente e gruppo nel quale e col quale interagiamo, e dare spiegazione di tanti fenomeni solo apparentemente lontani da noi.

La fisica di oggi, però, sta già cambiando
Il trionfo delle scienze naturali è merito della fisica. È comprensibile che fosse la fisica ad occuparsi per prima del mondo materiale e a ricercarne le leggi. Fin qui nulla da eccepire.
Però nell’entusiasmo delle vittorie conseguite essa ha tratto due deduzioni erronee:
1) dimenticando di aver concentrato la propria ricerca su un solo polo della realtà, la materia, la fisica ha generalizzato le leggi scoperte attribuendole all’intera realtà.
2) Questa prima dimenticanza ha generato automaticamente il secondo errore: la fisica ha considerato vincolanti anche per altre discipline i criteri della propria ricerca senza pensare che non tutte le discipline hanno a che fare con la sola materia.
Fra lo studio della legge della leva e lo studio di una nevrosi c’è differenza.
Se riferite a contesti materiali le attuali conoscenze delle scienze naturali sono esatte; riferite alla realtà sono e rimangono invece assolutamente inesatte.
Il problema non si poneva finché la scienza credeva in una immagine materialistica del mondo.
Poi la situazione è cambiata.
Infatti oggi proprio la fisica, che ha posto le basi del materialismo, in seguito ai risultati ottenuti si vede costretta ‑ ironia del destino ‑ a rivedere le proprie posizioni materialistiche.
Sicché attualmente ‑ fenomeno grottesco ‑ mentre tutte le discipline non fisiche continuano ad emulare fanaticamente la fisica di ieri e a considerarla il modello per eccellenza, la fisica stessa ha già mutato rotta, si pone già nuovi traguardi.
(…)
Oggi si comincia a poco a poco a cercare di nuovo la salvezza là dove essa ha sempre avuto sede: nell’irrazio­nale. Naturalmente questo mutamento di rotta non può es­sere rapido né privo di attriti.
Per il momento ha optato per esso soltanto la psiche inconscia, il cui lavoro non viene agevolato dalle opposte tendenze consce.
Si cercano com­promessi, uno dei quali è rappresentato dalla «parapsicolo­gia scientifica».
L’aggettivo «scientifica» tranquillizza la mentalità tradizionalista, i temi della parapsicologia soddi­sfano soprattutto l’inconscio desiderio di conoscere 1’«al­tra» parte della realtà.
Anche per questo oggi la parapsi­cologia riesce a farsi accettare da un pubblico vasto, men­tre un’offerta che si definisca ascientifica scatenerebbe pa­nico e reazioni di difesa.
Il fallimento della scienza è tanto clamoroso che si può senz’altro parlare di cecità isterica per quanti parla­no ancora di successi. Dove sono questi successi?
Mai l’uo­mo si è sentito sradicato come oggi.
Mai ci sono stati tan­ti suicidi.
Mai si sono avute tante malattie mentali.
Do­ve sono quindi i successi?
Da quando esiste la medicina moderna il numero dei malati non è diminuito affatto.
Sia­mo piú soddisfatti o piú felici?
Abbiamo compreso me­glio il senso della vita?
Conosciamo la realtà meglio di prima?
Questi sono i problemi centrali e vitali dell’uomo come tale!
Che significato hanno gli sviluppi tecnici, se non fanno che moltiplicare i problemi?
Io non sono contrario alle conquiste della tecnica e alle comodità che ne derivano, sono contrario al fatto che questo sviluppo venga portato avanti unilateralmente trascurando le conseguenze che ne scaturiscono.
Che razza di conquista è il concime artificiale se dopo qualche anno si scopre che gli alimenti sono tossici?
A che servono le moderne costruzioni di cemento armato se imprigionano i campi bioelettrici come gabbie faradiche?
Non che io rimpianga un’età dell’oro in cui tutto era sano e ordinato.
Al contrario, ritengo le scienze naturali ‑ e l’ho già detto ‑ uno sviluppo necessario, un passo necessario e positivo dovuto alla decisione di orientarsi nel nostro mondo concreto e di classificarlo, e di osservare e definire eventi e strutture.
Però, un giorno o l’altro, questa fase di osservazione e descrizione di correlazioni funzionali dovrà riconoscere i propri limiti e cedere il passo ad altre fasi necessarie.
Io rivolgo la mia critica allo sconfinamento in territori non conosciuti.
L’arricchimento e l’ampliamento del campo di azione ad opera di fatti nuovi hanno prodotto uno sradicamento dell’uomo dalla sua tradizione. Se si porta avanti l’analisi fino al punto di dimenticare l’unità e le leggi, si scopre ‑ per forza di cose ‑ un caos di casualità, che poi si cerca di controllare e riprendere in pugno con il calcolo statistico delle probabilità.
Risultato: l’uomo moderno ‑ che ha perduto completamente il senso della propria appartenenza al cosmo e alla natura – si crede inesorabilmente in balia del caso e del destino.
E’ un uomo che, per non sembrare ascientifico, non osa neanche chiedersi quale sia il senso della vita
.”[14]

10. Il senso di tutto ciò si ottiene in un solo modo

Cosa significa credere in qualcosa di superiore?
Che cosa rappresenta per la nostra vita il bisogno di un “legame” non materiale?
Che cos’è un punto di riferimento metafisico?
Mi domando spesso come può non porsi, ad individui che ragionano rispetto alla loro esistenza, attenti a ciò che accade nel mondo, sensibili alle gioie e alle sofferenze, capaci di apprezzare le meravigliosità del creato, la domanda delle domande, il quesito per eccellenza, l’istanza su cui dagli albori s’interroga l’umanità?
Possibile che la chiarificazione che potrebbe dare il “la” ad innumerevoli spiegazioni, in grado di innescare la ricerca delle ricerche, non interessi ad un così elevato numero di persone?
A questo interrogativo – abbastanza inquietante, trovo – mancano risposte convincenti, e se da un lato possiamo comprendere chi, attanagliato dal bisogno o obnubilato dall’ignoranza, ha qualche buona ragione per non rispondere, dall’altro non è comprensibile che a mancare siano proprio coloro che avrebbero tutte le prerogative, le possibilità e le capacità, per cimentarsi nella sfida.
Peccato che l’unica ragione che accrediti l’utilità dei talenti ricevuti e del benessere conquistato su questa terra, visto che un giorno dovremo abbandonare tutto per recarci presso “altri lidi”, risieda proprio nella conseguente possibilità di crescita ed evoluzione verso superiori stati di coscienza.
Sarebbe quindi apprezzabile che il materialista “sensibile” cominciasse ad aprire almeno uno spiraglio, onde presupporre – anche a solo titolo speculativo – la possibilità di una soluzione “esterna” al contesto materiale circostante, atta a valutare quali sono le risposte che tale ipotesi può offrire.
Dopo di che sarebbe pure opportuno che soppesasse le obiezioni con l’accortezza di aspettare qualche tempo prima di permettere ad esse d’inficiare la risposta data.
In veste di obiezioni tanti penserebbero certamente all’insensatezza e all’inspiegabilità della sofferenza, della violenza e della morte.
Il fatto è… che è proprio questo spiraglio, proprio la “Possibilità” di cui stiamo argomentando, che potrebbe dar modo di affrontare la verità che si cela dietro le tribolazioni terrene.
Ma questo è un altro argomento, troppo vasto per essere affrontato in questo contesto. Una speranza ci conforta, ed è quella che ha ispirato queste righe: che chi apre lo spiraglio abbia voglia di cimentarsi nella sfida almeno per qualche tempo.
Concentriamoci quindi nel metodo, sull’esistenza di una “Via di salvezza”, più che nel merito di essa.
Ossia proviamo a pensare a quale potrebbe essere la risposta alle pesantissime domande sul perché dell’esistenza, sintetizzato emblematicamente dal quesito “Che senso ha tutto ciò?”.
… la motivazione di questa via di salvezza non consiste nella speranza in un «aldilà migliore» o in una «ricompensa per i dolori di questo mondo» («oppio dei popoli» ), ma nella comprensione del fatto che questo mondo concreto in cui viviamo ha un senso soltanto se ha un punto di riferimento a lui esterno.
Per fare un esempio: se si frequenta una scuola che non ha fini né conclusioni, in cui si impara solo per imparare, senza prospettive, senza un termine, senza uno scopo, l’imparare diventa privo di senso.
Scuola e apprendimento hanno un senso se c’è un punto di riferimento esterno alla scuola.
Avere in mente una professione non equivale a «fuga dalla scuola», al contrario, questo fine fa sì che si abbia un atteggiamento attivo e significativo nei confronti della materia da apprendere.
Allo stesso modo questa vita e questo mondo acquistano dimensione e profondità di contenuti solo se il nostro fine è quello di superarli.
Il significato di una scala non consiste nel rimanerci sopra, ma nel superarla utilizzandola.
La perdita di un punto di riferimento metafisico ha reso per molti la vita di oggi priva di significato, perché l’unico significato che ci è rimasto si chiama progresso.
Però il progresso non ha altro fine che un ulteriore progresso.
In questo modo il Cammino si è trasformato in una gita
”.[15]

“Credo solo in ciò che posso toccare con mano”: quanto meno una frase infelice

Attraverso questo percorso in dieci punti ho voluto toccare svariate argomentazioni il cui ipotetico scopo voleva essere quello di portare un individuo “materialista”, a considerare come molto del mondo della materia con cui abbiamo a che fare, lungi dal dimostrare il contrario, potrebbe indurre a considerare strade diverse da una piatta e inopinata negazione del trascendente.
Abbiamo fino ad ora:
– esaminato come molti dei fenomeni con cui abbiamo a che fare, forse molti di più di quanto siamo disposti ad ammettere, non siano spiegabili solo con la logica materialistica,
– traguardato la realtà dei “modelli naturali” che guidano l’evoluzione della forma,
– analizzato il fenomeno estremamente esplicativo della vita disaggregata che si libera dopo la morte,
– indicato alcune delle scoperte scientifiche che ci portano a riflettere,
– puntualizzato come ciò vediamo o tocchiamo sia solo l’immagine che ci facciamo delle cose,
– evidenziato l’aleatorietà dei nostri sensi inadatti a valutare con precisione,
– esposto l’assurdità del principio casuale in favore del principio causale, sottolineando come sia importante il valore della “concezione finale della causa”,
– illustrato il primato della sintesi sull’analisi per giungere infine a desumere come il miracoli della natura e dell’esistenza abbiano senso se si cerca una ragione “esterna” al sistema medesimo.

Alla luce di tutto ciò, di questi convincimenti diciamo vicini – a mio modo di vedere – ad una visione materialista dell’esistenza, ma anche di quanto prefigurato da altre e non menzionate ragioni di tipo epistemologico, filosofico e mistico, ritengo che la realtà che viviamo debba essere considerata sostanzialmente illusoria (la “maya” dell’antica saggezza orientale) o quantomeno che sia di capitale importanza prendere le distanze da atteggiamenti che rifiutino di considerare l’impermanenza e la soggettività di quanto ci circonda.
Sono convinto che l’affermazione “credo solo in ciò che posso toccare con mano” sia da considerare quantomeno approssimativa se non addirittura grossolana.

Un incoraggiamento ai non materialisti
“Se vuoi progredire cerca ciò che è eterno” disse un saggio.
La scoperta di noi stessi, l’accettazione di ciò che siamo, la liberazione del fanciullo dentro di noi, la condivisione di un bisogno, l’aiuto al più debole, le parole di comprensione, il sorriso ad un malato, il perseguimento dell’equilibrio e della giustizia, l’impegno per la libertà di pensiero e l’uguaglianza, la disponibilità e il Servizio.
Questi sono probabilmente alcuni degli aspetti più reali dell’esistenza.
Proprio al contrario di quanto tutti (o la maggior parte) credono, ciò che si distanzia dalla materia, ciò che da sempre viene considerato illusorio ed effimero, ossia i pensieri, i sentimenti, le emozioni, le idee e gli ideali, i colori, i suoni, la musica e le parole stesse, sono quanto di più vicino al reale e all’eterno noi possediamo.
Possono essere usati male “e allora saranno pianti e stridore di denti”, ma possono diventare – se ben usati – gli strumenti dell’Anima, l’Entità Immortale che si serve dello strumento che noi siamo per perseguire il Suo Magnifico Scopo.

Come non essere travolti dal materialismo attuale?
Da alcuni decenni il desiderio ha condizionato l’umanità che si è creata numerosi bisogni e necessità, ciò spiega il tipo della struttura sociale ed economica attuale.
In qualità di aspiranti sul sentiero della vita spirituale, ci chiediamo se è normale che alcune volte questa opprimente situazione possa essere fonte di una tale stanchezza psichica e fisica da arrivare a causare delle malattie.
Ciò accade forse perché l’umanità non ha ancora capito certe cose?
Sicuramente, se un individuo ha problemi di salute, o presenta squilibri psicologici o affettivi, significa che sono molte le cose che non ha capito!
E’ altresì normale che non si possa capire tutto, ed è dunque inutile colpevolizzarsi!
Quello che non si deve mai perdere è lo stimolo a comprendere, anche se spesso non si riesce. Così facendo eserciterete in voi stessi delle nuove forze e attitudini che accresceranno il discernimento, e con esso la capacità di ascoltare la voce della Saggezza.
Chi non cerca di capire e di imparare le cose spirituali è infatti sordo ad ogni parola di saggezza e conoscenza, dato che il suo spirito è concentrato sulle cose del mondo. Imparare ad essere un discepolo non consiste solo nel cercare di aver fede o nell’accumulare molte conoscenze!
Plasmare se stessi è la parte più difficile.
Quando si è giovani è facile organizzare meglio il proprio intelletto, siccome è ancora vergine, lo si informa, si impara, si legge… ed il tutto è anche piacevole.
Più avanti negli anni è assai duro cambiare, a volte si deve persino far forza sulla propria natura e sulle abitudini acquisite negli anni.
Chi vuole veramente proseguire nel cammino spirituale conosce come spesso la costrizione non sia una cosa cattiva e non la considera mai come una irrimediabile tortura.
La realtà del mondo, quella illusoria degli oggetti e dei desideri, è una grande forza dovuta alla massa dei profani involuti che la sostengono con i loro desideri e le loro passioni.
Vi è nel mondo una grande lotta tra una massa positiva ed una negativa: la massa degli aspiranti e dei discepoli e quella dei profani involuti che decisamente non vogliono ascoltare alcune ragione spirituale.
Come combattere senza soccombere?
In questo conflitto nella più pesante dualità ciò che più ci aiuta è proprio il discernimento.
Comunque questi conflitti tra Dio e Mammona non devono impensierirvi più di tanto. Se anche vi capitasse di essere ingannati dal sistema vigente, da un certo stato di cose, dai fattori economici o sociali, non sentitevi mai annientati e neppure oppressi o sfruttati.
Queste sono sensazioni negative da cui vi dovete liberare; non rassegnatevi e non dichiaratevi sconfitti prima ancora di iniziare la lotta.
Proseguite nel cammino tracciato dai vostri ideali e cercate di non farvi fagocitare dalle spinte del mondo astrale e dalle loro eventuali negatività.
Dovete sbarazzatevi senza timore da ogni tipo di influenza negativa.
Non dovete avere una visione negativa del mondo, anche se le apparenze vi dovessero indurre a pensare il contrario.

Un buon modo di usare la mente
Se il mondo fa di tutto per distruggersi, noi possiamo sempre ricorrere al nostro senso del dovere, alla giusta azione e alla giustizia.
Dobbiamo però ricordare che il senso del dovere insorge solo se gli uomini riescono ad isolare la loro parte migliore da tutto ciò che appartiene al mondo astrale.
Immaginate che il mondo astrale sia come una larva, viscida e silenziosa che, facendosi forza su alcuni amici, presenti in ogni individuo, riesca a trascinare quelli non preparati nel fango peggiore.
Come evitare che questo accada?
Distinguendo il bene dal male tramite il discernimento ed applicando il controllo sui desideri e le passioni mediante la temperanza.
Non è comunque necessario giungere al punto di frustare se stessi, oppure di soffocare ogni piacere della vita.
Non pretendete di cancellare in voi tutte le cattive abitudini o gli istinti peggiori in un attimo.
Così facendo rischiereste di essere sommersi da problemi e conflitti vibratori ed energetici di vario tipo; conflitti che favorirebbero l’insorgere di malattie e disordini psichici e psicologici.
Se volete correggere un vostro difetto, o una mania, siate perseveranti nel tempo ed appellatevi al potente mediatore insito in ognuno di noi: la mente.
Quando fornite alla mente una buona ragione per esercitare una costrizione sui piaceri della materia essi non riusciranno più a creare disordini nelle vibrazioni del vostro corpo astrale.
Appellandovi solamente alle emozioni non farete certo grandi progressi sulla via dell’evoluzione, mentre ricorrendo alla mente potrete riuscire a controllare la vostra fisicità
”.[16]

Per finire, solo apparentemente in contraddizione con gli intenti di questo lungo appello ai materialisti, un saggio avvertimento a chiunque volesse accingersi a convincere alcun chi di alcunché.

«Con coloro che avvertono il proprio io come un peso non bisognerebbe mai parlare di immortalità»
Eugen Gurster

…Tutto ciò che precede non è stato scritto per convertire l’umanità.
Sui temi citati io ho discusso infinite volte nella mia vita con le persone piú diverse; perciò conosco le varie reazioni e gli argomenti che vengono addotti.
Gli uomini possono essere divisi in due grandi gruppi: il gruppo degli ascoltatori «aperti», che capiscono al volo a che cosa si mira e di che cosa si tratta, coloro che piú o meno inconsciamente sono in qualche modo già alla ricerca e accettano l’offerta di controllare personalmente quanto sostengono i “profeti” o gli “illuminati”; e il gruppo delle persone che già al minimo contatto con questo tema hanno una reazione di difesa molto marcata.
Questi sostengono con calore di essere disposti a condividere le idee « ragionevoli »; invece ogni argomento « ragionevole » e ogni dimostrazione non fanno che accrescere la loro inconscia paura in misura tale che continuare una discussione in materia non ha assolutamente senso.
Questo secondo gruppo non si lascerà persuadere mai e con nessun argomento, per cui la cosa migliore è non tentare nemmeno un’impresa del genere.
In fondo i meccanismi di difesa inconsci hanno un loro significato e privare violentemente queste persone della loro menzogna esistenziale non è opportuno.
Bisogna aspettare che una persona sia matura per poter affrontare con essa questo tema, e tenere per sé le proprie convinzioni.
Tutto questo è stato scritto per coloro che – pur materialisti – sono in cerca della verità.
Purtroppo non rivela nulla di nuovo, ma si limita a fungere da « indicatore della via ».
La via la deve percorrere ciascuno personalmente.
In un’epoca come la presente, nella quale celebrano i loro trionfi il livellamento del sapere e la stupidità, l’offerta di un’alternativa mi sembra opportuna.
Dopo aver letto, sarà più difficile cavarsela adducendo come pretesto la propria ignoranza.
Ognuno di noi deve decidersi.
Della decisione, giusta o sbagliata che sia, ciascuno sarà responsabile personalmente
[17]


[1] Da “La cosmogonia dei Rosacroce” di Max Heindel – Edizioni del Cigno

[2] Da “La cosmogonia dei Rosacroce” di Max Heindel – Edizioni del Cigno

[3] Da “La cosmogonia dei Rosacroce” di Max Heindel – Edizioni del Cigno

[4] Da “Vita dopo vita” di Thorwald Dethlefsen – pag. 190-191 – Edizioni Mediterranee – Via Flaminia, 158 – Roma

[5] Da “Vita dopo vita” di Thorwald Dethlefsen – pag. 106-108 – Edizioni Mediterranee – Via Flaminia , 158 – Roma

[6] Da “Vita dopo vita” di Thorwald Dethlefsen – pag. 160 – Edizioni Mediterranee – Via Flaminia, 158 – Roma

[7] “Il doppio eterico” di Arthur E. Powell – Macropost Edizioni – via S.Mauro 55 – 47041 Bellaria (RN) – pag. 71-74

[8] Da “Il destino come scelta” – psicologia esoterica – di Thorwald Dethlefsen-  pag. 148

Edizioni Mediterranee – Via Flaminia , 158 – Roma

[9] Arthur Avalon (John Woodroffe), The Serpent Power, p. 89, citato in “L’ANIMA E IL SUO MECCANISMO” di A.A.Bailey – Editrice NUOVA ERA Via Antagora, 10 ‑ 00124 – Roma – PP.57‑85

[10] “Il sentiero della non dualità (Advaitavāda)” di Raphael – Ed. Āśram Vidyā, Via Azone 20 – 00165 Roma

[11] Da “Malattia e destino” di Thorwald Dethlefsen e Rüdiger Dahlke – pag. 161-163 – Edizioni Mediterranee – Via Flaminia , 158 – Roma

[12] Da “Vita dopo vita” di Thorwald Dethlefsen – pag. 112 – Edizioni Mediterranee – Via Flaminia, 158 – Roma

[13] Da “Malattia e destino” di Thorwald Dethlefsen e Rüdiger Dahlke – pag. 73-83 – Edizioni Mediterranee – Via Flaminia , 158 – Roma

[14] Da “Vita dopo vita” di Thorwald Dethlefsen – pag. 144 e 147-148 – Edizioni Mediterranee – Via Flaminia , 158 – Roma

[15] Da “Malattia e destino” di Thorwald Dethlefsen e Rüdiger Dahlke – pag. 40-45 – Edizioni Mediterranee – Via Flaminia , 158 – Roma

[16] I quaderni Sarmoung: n.ro 14 “RAGGI, VIBRAZIONI ED ENERGIE” (Conferenze spirituali di Ghislaine Gualdi) –  Gruppo teosofico “SARMOUNG”  – Via Dante, 4 – Cavallirio (Novara).

[17] Da “Vita dopo vita” di Thorwald Dethlefsen – pag. 201-202 – Edizioni Mediterranee – Via Flaminia, 158 – Roma

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