Quando gli immigrati eravamo noi

Come interpretare e rivivere oggi la parabola evangelica del buon samaritano
Sommario
L’IMPORTANZA DELL’EDUCAZIONE
ATTUALE SISTEMA EDUCATIVO
IMPORTANZA DEGLI OBBIETTIVI
L’UMANITÀ È UNA SOLA
PURTROPPO INVECE…
IL SIGNIFICATO DEL BENESSERE
NEL NOSTRO PAESE…
UNA NEMESI STORICA
LA PARABOLA DEL SAMARITANO
UNA DOMANDA FONDAMENTALE
IL PRIMO COMANDAMENTO
IL SECONDO COMANDAMENTO
I COMPONENTI FONDAMENTALI DELLA PARABOLA
IL SACERDOTE
IL CRISTO E LE CHIESE
ANCHE UN LEVITA…
IL SAMARITANO
MA IL CRISTO SCEGLIE PROPRIO LUI!
“UN SAMARITANO CHE ERA IN VIAGGIO… GLI SI FECE VICINO…”.
“LO VIDE, E N’EBBE COMPASSIONE”
“GLI SI FECE VICINO, GLI FASCIÒ LE FERITE…”
“… VERSANDOVI OLIO E VINO.”
“CARICATOLO SOPRA IL SUO GIUMENTO, LO PORTÒ A UNA LOCANDA…”.
“… E SI PRESE CURA DI LUI…”
“IL GIORNO SEGUENTE”
“ESTRASSE DUE DENARI…”
“… ABBI CURA DI LUI …”
“…CIÒ CHE SPENDERAI IN PIÙ, TE LO RIFONDERÒ…”
“…AL MIO RITORNO…”
“CHI DI QUESTI TRE TI SEMBRA SIA STATO IL PROSSIMO…”
LA RECIPROCITÀ
AMARE MALGARO ESPERIENZE AMARE
LA CONCLUSIONE DELLA PARABOLA DEL SAMARITANO: “VA’ E ANCHE TU FA’ LO STESSO”
DA SOLI NON SE NE ESCE
ALTRI METODI DI APPRENDIMENTO
IL MOMENTO DELLA RIABILITAZIONE
CHI È IL MIO PROSSIMO OGGI?
LA TERRA APPARTIENE A TUTTA L’UMANITÀ
L’IMPORTANZA DELL’EDUCAZIONE
Proprio recentemente ho aiutato mia figlia a mettere giù alcune idee per un tema assegnatole a scuola dall’insegnante di lettere inerente proprio all’immigrazione e all’emarginazione. Il titolo che lei ha concepito è talmente efficace che ho pensato possa ben adeguarsi anche per questo mio intervento: “Quando gli immigrati eravamo noi”.
Ho avuto modo di focalizzare quanto sia giusto e sano che anche i giovani si interroghino su un problema di tale portata, così attuale in Italia e nel mondo.
“I semi per eliminare per sempre la piaga del razzismo e dell’emarginazione delle minoranze, devono essere piantati e coltivati dalla più tenera età, e la scuola è l’ambiente giusto per farlo.
La meta sottesa dall’insegnamento, fino ad oggi è stata il benessere fisico, la scienza e le arti sono state presentate come utili solo per costruire un ambiente confortevole e, al massimo, bello; si fa credere che tutti i beni della natura sono stati subordinati alla creazione di cose.
L’educazione ha avuto lo scopo, in generale, di preparare i giovani a competere per «procurarsi da vivere», accumulare possessi e avere agi e successo quanto più possibile.
Quest’educazione è stata, anzitutto, competitiva e perciò separativa.
Ha abituato il fanciullo a considerare preminenti i valori materiali, ha alimentato l’orgoglio e coltivato la credenza che egli stesso e il suo gruppo sociale fossero molto più importanti degli altri uomini e degli altri popoli.
In tal modo lo si è cresciuto un fanciullo unilaterale, con una scala di valori errata e atteggiamenti contraddistinti da prevenzioni e pregiudizi. I rudimenti delle arti gli sono stati insegnati solo per metterlo in grado di vivere con la necessaria efficienza nell’ambiente competitivo che lo attende.
ATTUALE SISTEMA EDUCATIVO
Il livello generale dell’attuale sistema educativo è relativamente elevato, ma prevenuto e influenzato da pregiudizi religiosi e sociali, instillati nel fanciullo fin dai suoi primi anni, poiché essi non gli sono innati.
Non si è data importanza all’idea di cittadinanza del mondo, si è ignorata sistematicamente la responsabilità nei confronti del prossimo, la memoria è stata educata con l’impartire fatti non correlati, sovente senza alcun rapporto con la vita quotidiana.
La nostra civiltà occidentale resterà nella storia come rozza e materialistica.
Si pretende molto più di quel che abbisognava in passato; si preferisce la vita comoda e facile; lo spirito pionieristico si è disfatto, quasi dovunque, in una civiltà di mollezze.
Il livello del vivere civile è troppo alto in quanto a possessi, e troppo basso in quanto a valori spirituali.
Oggi una nazione è ritenuta civile quando dà valore allo sviluppo mentale, premia l’analisi e la critica e indirizza tutte le risorse a soddisfare i desideri fisici, a produrre oggetti e beni materiali, a competere nel mondo, accumulare ricchezze, acquistare proprietà, conseguire un alto livello di vita sociale, ammassare i prodotti della terra . in gran parte a beneficio di gruppi ambiziosi e ricchi.
Per questa triste e terribile situazione (provocata solo dall’umanità) si subisce la punizione della violenza.
Né le Chiese né i sistemi educativi hanno presentato la verità in modo abbastanza saggio da controbilanciare questa tendenza materialistica.
La tragedia è che i fanciulli hanno pagato e pagano il prezzo di questo errore.
La violenza ha le radici nella cupidigia.
L’umanità ha l’abito dell’egoismo e ama i possessi materiali.
Ne è scaturita la civiltà moderna, e perciò occorre mutarla.
IMPORTANZA DEGLI OBBIETTIVI
Nel campo dell’educazione è poi indispensabile una certa unità d’azione. Una comunanza di obiettivi dovrebbe legare assieme i sistemi educativi delle varie nazioni, anche se non sarà forse possibile uniformare metodi e tecniche. Esistono, e sempre esisteranno, differenze di lingua, di ambiente, e di cultura; formano il grande arazzo della vita umana. Ma molto di ciò che ha militato contro i giusti rapporti deve essere eliminato.
Nell’insegnare la storia, per esempio, si vorrà tornare a glorificare la propria nazione, sovente a spese delle altre, svisando fatti, insistendo solo sulle guerre . quella storia di aggressione, del sorgere d’una civiltà materiale ed egoista, che ha nutrito lo spirito nazionalistico e separativo, incoraggiato gli odi razziali e stimolato l’orgoglio nazionale?
La prima data storica ricordata dal fanciullo inglese è « Guglielmo il Conquistatore, 1066 ».
L’americano ricorda lo sbarco dei Padri Pellegrini e l’espropriazione graduale del paese, tolto ai suoi abitanti di diritto.
Gli eroi della storia sono tutti guerrieri: Alessandro Magno, Giulio Cesare, Attila, Riccardo Cuor di Leone, Napoleone, Giorgio Washington.
La geografia è in gran parte storia in altra forma, ma presentata nello stesso modo: scoperte, esplorazioni e confische seguite dal trattamento crudele e perverso fatto subire agli indigeni. Cupidigia, ambizione, crudeltà ed orgoglio sono le note fondamentali dell’insegnamento odierno della storia.
Guerre, aggressioni e furti hanno distinto ogni nazione senza eccezione, e sono fatti che non si possono negare. Ma si possono segnalare le conseguenze del male (culminate nella guerra 1914.1945) e dare evidenza alle cause antiche dei pregiudizi e delle avversioni attuali.
Non è possibile rintracciare nella storia le idee grandi e buone che hanno condizionato i popoli e li hanno fatti come sono? Mettere in risalto la creatività di ciascuno?
Non è forse possibile presentare con efficacia migliore le grandi culture che . comparse improvvise in certi paesi, spesso importate dai popoli ivi immigrati . hanno arricchito il mondo intero e dato all’umanità letteratura, arti e nuove vedute?
L’UMANITÀ È UNA SOLA
Oggi il mondo è piccolo, e gli uomini scoprono per la prima volta che l’umanità è una sola e che tutti gli individui, qualunque sia il colore della pelle o il paese in cui vivono, sono simili.
Il mondo è un grande crogiuolo dal quale emerge l’Umanità Unica.
Questo richiede cambiamenti drastici nei metodi di presentare la storia e la geografia. La scienza è stata sempre universale. Le grandi arti e letterature sono sempre state di tutti.
In base a questi fatti si devono educare i fanciulli: similarità umana, prodotti creativi, idealismo spirituale e punti di contatto. Altrimenti le ferite non saranno mai sanate e le barriere, esistite per secoli, mai rimosse.
Gli educatori che si preparano a questa grande occasione dovrebbero gettare fondamenta sane per la civiltà futura, intraprendere azioni di portata universale, insegnando in modo verace e costruttivo.
Due grandi idee sono subito da insegnare ai fanciulli di ogni paese: il valore dell’individuo e il fatto che l’umanità è un solo tutto.
I ragazzi di oggi, invece, dalle esperienze correnti, apprendono che la vita umana ha scarso valore.
Si sprecano gli esempi dove si considerano importanti certi uomini e certi gruppi, grazie al loro patrimonio o alla nascita, e trascurabile il resto della popolazione.
Tutto tende a far diventare l’individuo prominente facendo credere che il suo diritto è tale da permettergli ciò che vuole, fino al punto che il suo rapporto con il tutto si annulla.
Tuttavia il valore del singolo e l’esistenza di quel tutto che chiamiamo l’Umanità sono inestricabilmente connessi. Bisogna pensarci.
Quando questi due principi saranno insegnati e compresi giustamente, nascerà la cultura intensiva dell’individuo, visto come parte integrante e responsabile dell’intero corpo dell’umanità.
In futuro s’insegnerà ai giovani a pensare a sé in rapporto società, alla famiglia, al paese ove il destino li ha posti, e alle relazioni fra il mondo, la loro nazione e le altre.
Questo significa educarli a essere dei cittadini, dei genitori e a capire il mondo; è un metodo psicologico e dovrebbe trasmettere la comprensione dell’umanità. Allora educheremo uomini e donne che saranno insieme civili e colti, capaci di penetrare in quel mondo del significato che è celato nei fenomeni esterni, e in grado di giudicare gli avvenimenti secondo valori spirituali e universali più profondi. In grado di accettare la diversità del prossimo, di considerarla un’opportunità di crescita invece di un fattore di contrapposizione”. (1)
PURTROPPO INVECE…
Purtroppo, sia il sistema educativo, sia il sistema dell’informazione, cavalcano l’onda delle differenze e della paura. Calcano la mano sui termini più terribili e li associano con i presunti diversi da noi, con le minoranze che coesistono con i “residenti di diritto”. Ma quale diritto?
I termini “droga”, “violenza”, “prostituzione”, “delinquenza”, “racket” nei discorsi della gente e nei servizi giornalistici vengono spesso associati agli immigrati extracomunitari.
E’ lecito domandarsi quanto questo sia giusto. Tutte le volte che il fenomeno si verifica, questo leitmotiv appare. Ricordo ad esempio quanto fosse usuale a Torino, la mia città, ai tempi della grande immigrazione dal sud Italia legata al boom Fiat degli anni 60. Dura ancora oggi.
Quello che i più non vogliono ricordare è che la delinquenza esiste sempre anche prima del fenomeno immigrativo. Inoltre è indubitabile che, a spostarsi dal luogo natio sono sempre le persone in maggiore difficoltà economica, ovvero le più povere, meno istruite, più sofferenti, dove la percentuale di “disadattamento” è molto più alta.
Ma, come prima del fenomeno, così anche dopo, il contrasto della delinquenza spetta ai corpi di polizia, un dei tanti servizi che fanno capo allo Stato, non ai normali cittadini.
Quando si creano le condizioni economiche per un fenomeno di massa, inevitabilmente i servizi devono adeguarsi. Non si può pensare, e faccio il caso di Torino, di raddoppiare la popolazione (ad ogni lavoratore si aggiunge la famiglia relativa), da 500.000 ad un milione di persone, lasciando inalterati tutti i servizi. Questo significa privatizzare i benefici derivanti dalla immissione di nuova manodopera, e socializzare i disagi derivanti dall’inadeguatezza delle strutture.
Quello che successe anni fa a Torino era già accaduto molte altre volte, in Italia e nel mondo. Così è fatta la storia dell’umanità. Anche oggi non si dice ancora abbastanza che la manodopera extracomunitaria è necessaria, soprattutto perché non vi sono più lavoratori “nativi” che si rendano disponibili a lavori cosiddetti “umili” o considerati degradanti. Gli immigrati “ci servono”. E’ un fatto reale.
L’uomo cerca, da sempre, di migliorare la sua condizione. Così come la popolazione residente, anche quella del mondo intero. E questo è giusto. Perché?
Pensiamoci. Come giustamente diceva Confucio, “può un uomo colpito da una freccia avvelenata nel costato, interrogarsi sulla direzione da cui essa proveniva, su chi può averla scoccata o su che tipo di veleno si tratta?”. Certo che no!
Può un uomo che si dibatte nelle spire dei bisogni primari, interrogarsi sui grandi temi dell’esistenza: “Chi sono? Da dove vengo? Dove vado? Perché sono qui?”. E’ impossibile.
IL SIGNIFICATO DEL BENESSERE
Quindi il significato profondo e spirituale del benessere è questo: si tratta della possibilità dell’uomo di avvicinarsi allo spirito, ai temi che sappiamo più essenziali. Solo dopo aver capito l’irrilevanza della materia fine a sé stessa l’uomo potrà poi distaccarsene… Ma per fare questo ha bisogno di poterci pensare, di essere sufficientemente sereno da poterlo fare.
E senza avere raggiunto il livello minimo di sussistenza non potrà mai farlo!
L’immigrazione corrisponde a questo bisogno primario dell’umanità! Chi siamo noi per impedire che altre persone, meno “fortunate” (e dico fortunate tra virgolette), possano affrancarsi dal bisogno, spezzare le catene che li imprigionano, evolvere, come il loro Karma prevede, e affacciarsi finalmente ai temi che le avvicineranno maggiormente alla Meta finale?
L’ottanta per cento delle risorse è in mano al 20% dell’umanità. E’ giusto che questo 20% resista con ogni mezzo all’anelito di condivisione del resto dell’umanità?
Non penso. Inoltre v’è un altro grande fenomeno in atto sul pianeta: si chiama globalizzazione. Questo fenomeno, pur non solo economico, porta la produzione di beni dove essa costa di meno.
Ciò mano a mano diffonderà sempre di più la ricchezza -ora in nostro possesso- da altre parti del mondo. Una sorta di enorme attuazione del principio dei vasi comunicanti svuoterà sempre di più le tasche del mondo occidentale e andrà a portare ricchezza ed effetti correlati nelle altre parti del mondo che inseguono il benessere. Nei nuovi luoghi di produzione confluiranno sempre più masse di immigrazione da ogni dove…
Si verifica quindi il paradosso che la civiltà che gode primariamente dei benefici volti ad incrementare consumi e profitti derivanti, poi lotta contro gli elementi che la permettono.
Quali le soluzioni: rinunciare alla spirale perversa dello sviluppo infinito? Barricarsi all’interno dei propri confini chiudendo gli occhi alla realtà incalzante da noi stessi creata? O gestire questo fenomeno al meglio delle nostre possibilità?
NEL NOSTRO PAESE…
Guardiamo al nostro paese: nel momento in cui scrivo gli stranieri presenti in Italia sono circa 3.300.000 di cui 540.000 irregolari (16%). Difficile dunque far finta di niente davanti a un problema di così vaste dimensioni. In prevalenza (1,5 milioni) provengono dall’est europeo, seguiti dall’Africa settentrionale e dagli asiatici. Tutti vedono nell’Italia un paese economicamente sviluppato e facilmente raggiungibile, anche in considerazione del fatto che le nostre frontiere sono sicuramente più penetrabili di quelli di altri Paesi europei.
Gente povera, affamata, stremata dalla guerra e dalle carestie, da crisi spesso provocate dallo sfruttamento economico che proprio i paesi ricchi, con gli interessi delle loro multinazionali inducono nella loro terra d’origine, che cerca sostegno in noi ricevendo spesso un’accoglienza tutt’altro che ospitale.
L’attuale Governo italiano combatte l’immigrazione quasi come una piaga e si appresta ad instaurare norme ancora più severe di quelle attuali.
Tanti cittadini italiani giudicano in modo “sommario” tutta questa gente, e la associano alla delinquenza e all’ignoranza, con un livello di astio e razzismo veramente poco condivisibile.
E’ fin troppo semplice giudicare guardando solo certi aspetti del problema.
Bisogna ricordarsi che gli immigrati rappresentano circa un quarto della nostra forza lavoro. E soprattutto varrebbe la pena ricordare che tra il 1900 e il 1913 furono otto milioni i nostri connazionali ad emigrare all’estero in cerca di fortuna.
E in quel caso, erano gli Italiani ad essere visti come potenziali ladri, stupratori e, se non così, senz’altro come ubriachi e sporcaccioni, vivendo in case simili a baracche e accontentandosi di lavori umili e faticosi, non molto diversi da quelli che oggi svolgono gli immigrati in Italia.
La differenza è che da allora è passato quasi un secolo e per un Paese sviluppato come l’Italia è doveroso aiutare chi ce lo chiede.
Quando si parla d’immigrazione italiana si pensa solo agli ‘zii d’America’, arricchiti e vincenti, ma nessuno vuole sapere che la percentuale di analfabeti tra gli italiani immigrati nel 1910 negli USA era del 71% o che gli italiani costituivano la maggioranza degli stranieri arrestati per omicidio. Forse questi dati aiuteranno a capire che neanche noi siamo stati perfetti.
Circa sessanta milioni di italiani e di discendenti di italiani vivono sparsi nel mondo, in ogni continente. Il nostro è uno dei paesi con più emigranti, eppure l’arrivo di immigrati da paesi poveri dell’Est europeo e dall’Africa settentrionale ha provocato reazioni anche gravi di rifiuto, di razzismo, di intolleranza.
UNA NEMESI STORICA
Recentemente un libro ha trattato in modo profondo l’argomento, si tratta de “L’Orda: quando gli albanesi eravamo noi” di Gian Antonio Stella, giornalista del Corriere della Sera che ha studiato attentamente il fenomeno dell’emigrazione italiana, dall’accoglienza che gli italiani incontravano nei paesi stranieri negli anni in cui – come recita il sottotitolo del suo saggio — «gli albanesi eravamo noi».
«Oggi ricordiamo a noi stessi, con patriottica ipocrisia, che eravamo “poveri ma belli”, che i nostri nonni erano diversi dai curdi e dai cingalesi che sbarcano sulle nostre coste» egli scrive.
In realtà, attraverso testimonianze, letture di libri, giornali e documenti di associazioni razziste dell’epoca, emerge la fortissima ostilità di cui gli immigrati italiani vennero fatti segno.
Clandestini, criminali, analfabeti, dediti all’alcool e alle risse, disposti a vendere i propri figli per pochi soldi, dovremmo ricordare sempre come l’arrivo dei nostri emigranti coi loro fagotti e le donne e i bambini venisse accolto dai razzisti locali: con le stesse scritte che oggi campeggiano sui nostri muri, con lo stesso sprezzante fastidio, con la stessa profonda avversione che oggi noi riteniamo giustificata…
E’ innegabile che la mafia sia stata esportata dagli italiani e che nelle mani di italiani ci fossero molte imprese criminali.
E’ anche vero che eravamo una delle popolazioni con il più alto tasso di analfabetismo, difficoltà d’inserimento e di apprendimento della lingua locale, disposti a far lavorare i figli ancora bambini in attività pericolose per la salute e per la vita come le miniere e le vetrerie, affetti da una religiosità che cadeva molto spesso nella superstizione e in rumorosi e alcolici festeggiamenti.
Gli italiani erano un popolo povero, spesso con nulla da perdere e che in maggioranza era composto di persone oneste, coraggiose, disposte ad affrontare viaggi lunghi e rischiosi per cercare un benessere e un futuro che in patria erano impensabili. Ma trovarono ostilità, chiusura, insulti e spesso anche brutalità fisiche fino alla morte.
Oggi di tutto questo non si vuole parlare, si tenta di dimenticare un passato di difficoltà ma, dimenticandolo, si producono verso gli immigrati gli stessi atteggiamenti razzisti e spesso ingiusti di cui siamo stati vittime. Infatti, se andiamo a ricostruire l’altra metà della nostra storia, si vedrà che l’unica e sostanziale differenza tra “noi” allora e gli immigrati in Italia oggi, è solo il tempo. Noi abbiamo vissuto l’esperienza prima, loro dopo.
Oggi come ieri la gente ha semplicemente paura del diverso. Questo è il vero problema.
Anche i media non aiutano e spesso cavalcano questa paura solo per avere una tiratura o un audience migliore.
Il diverso da noi ci infastidisce, perché ci costringe a guardare dentro di noi. E forse, tante delle cose che potremmo scoprire, non ci piacciono molto…
Sono poche e poco popolari le voci che tentano di spiegarci che gli uomini sono tutti uguali, tutti creati “a somiglianza di Dio” come cita il Vangelo.
Vangelo che, in Lc 10, 25-37, con la parabola del Samaritano, ci indica molto bene la strada da seguire.
LA PARABOLA DEL SAMARITANO
“Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: “Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?”.
Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?”.
Costui rispose: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso”.
E Gesù: “Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai”.
Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è il mio prossimo?”.
Gesù riprese: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto.
Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte.
Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre.
Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione.
Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui.
Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno.
“Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?”.
Quegli rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”.
Gesù gli disse: “Va’ e anche tu fa’ lo stesso“. (2)
UNA DOMANDA FONDAMENTALE
Partiamo dall’antefatto, dalla domanda che il dottore della legge pone a Gesù: Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?
È una domanda fondamentale. Essa esprime la preoccupazione per un’esigenza profonda del cuore dell’uomo, l’esigenza di pervenire, in qualche modo, ad una vita che travalichi i confini della morte.
E’ interessante inoltre notare come il dottore della legge sia consapevole che questa vita eterna è un dono di Dio che dipende da noi, di qui l’importanza di sapere cosa si dovrebbe fare per ottenerla.
Il Cristo non risponde direttamente, ma suscita la risposta con la domanda: “Che cosa sta scritto nella legge? Che cosa vi leggi?” Come se gli dicesse: “tu che sei esperto nelle Sacre Scritture, tu che ne conosci il contenuto, che cosa hai capito a proposito delle opere da compiere per ereditare la vita eterna?”
IL PRIMO COMANDAMENTO
Il dottore della legge dimostra di meritare il suo rango, risponde infatti indicando qual è il cuore di tutti i comandamenti, qual è la sostanza di tutte le opere che dobbiamo compiere per ereditare la vita eterna: “Amerai il Signore Dio tuo, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso.
E questa è la risposta che Gesù stesso vuole dare. Egli conclude infatti: “hai risposto bene; fa questo e vivrai”.
Questa affermazione ci dice senza esitazioni da che cosa dipende il nostro vivere eterno: così sarà se l’occupazione principale della nostra vita sarà quella di impegnarci al massimo nell’amore di Dio e nell’amore del prossimo; se questo sarà il compito principale della nostra esistenza, allora, a poco a poco, nella misura in cui il nostro amore verso Dio e verso i fratelli crescerà e si perfezionerà, incominceremo a sperimentare in noi il dono della Vita Eterna.
Scoprendo che Dio si trova all’interno del Tempio che noi siamo, avendoci Egli creato a sua immagine e somiglianza, più cercheremo di amare Dio, più conosceremo noi stessi, e più conosceremo noi stessi e più Lo ameremo; diventeremo quindi consapevoli che, come Egli è in noi, così si trova nel prossimo, e inevitabilmente non potremo non amare il prossimo come noi stessi, amando quello stesso Dio che in essi saremo in grado di vedere.
IL SECONDO COMANDAMENTO
A questo punto il dottore della legge sposta poi l’attenzione sul secondo comandamento: “quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: e chi è il mio prossimo?”.
Con questa domanda il dottore della legge vuole conoscere fin dove bisogna estendere la propria benevolenza verso gli altri; già all’epoca, infatti, v’erano diverse interpretazioni modi di intendere la parola “prossimo”: c’era chi la voleva limitare ai componenti della propria famiglia, chi la voleva estendere agli abitanti del proprio villaggio o della propria città, e chi la voleva estendere a tutti i membri della nazione; c’era in definitiva la preoccupazione di stabilire un certo limite all’amore per il prossimo.
Il Cristo risponde con la famosa parabola del buon Samaritano; e noi, mi domando, dopo duemila anni di cristianesimo siamo a nostra volta in grado di rispondere?
Se prossimo significa “vicino a noi” non vi sono limitazioni, è ogni individuo che incontriamo lungo il cammino della vita.
Il fatto che Egli non si sia limitato ad una risposta così sintetica, ma abbia voluto raccontare una storia ricca di particolari e di precisazioni, richiama la nostra attenzione nel cercare di penetrare più in profondità il tema dell’amore per il prossimo.
I COMPONENTI FONDAMENTALI DELLA PARABOLA
Esaminiamo gli elementi fondamentali del racconto: viene detto in primo luogo che un uomo, incamminato su una strada che scende verso il basso, si trova coinvolto in una brutta avventura, la disavventura è talmente grave che il malcapitato si trova in pericolo di morte, e morirebbe sicuramente se qualcuno non si fermasse a soccorrerlo; tuttavia, quelli da cui avrebbe sperato aiuto non si curano di lui, viene invece premurosamente soccorso da uno straniero, che viene poi indicato come modello da imitare nell’esercizio dell’amore del prossimo.
Per capire come questa parabola esprima la visione di Dio sulla storia dell’uomo, è opportuno soffermarci su alcuni aspetti di carattere geografico.
Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico… così inizia il racconto.
Gerusalemme era la capitale politica e religiosa del popolo Ebreo, era la città santa, e ivi si trovava il tempio di Dio, il luogo che ogni Ebreo era chiamato ad adorare. Gerusalemme rappresentava dunque il luogo della comunione con Dio.
La città si trova ad un’altitudine di 750 metri sopra il livello del mare mentre Gerico è una città poco distante dalle rive del Mar Morto, che si trova a 250 metri sotto il livello del mare, il dislivello fra Gerusalemme e Gerico è quindi di 1000 metri, e la strada che collega le due città è una strada impervia e pericolosa, ed è proprio percorrendola che l’uomo incappa nei briganti.
La storia di molti esseri umani è simile a quella dell’uomo che scendeva da Gerusalemme a Gerico: quell’uomo si era incamminato su una strada scoscesa e pericolosa, una strada che lo portava sempre più in basso, sempre più lontano da Gerusalemme, ossia dal luogo della comunione con Dio.
Chi cammina lontano da Dio non potrà beneficiare delle sue premure e della sua protezione, ma si troverà esposto alle insidie dei briganti, e come i briganti hanno spogliato e percosso quell’uomo lasciandolo mezzo morto, così l’uomo lontano da Dio cade in molteplici e dolorose disavventure.
Come quell’uomo fu spogliato, così l’uomo quando si allontana da Dio viene spogliato della sua dignità di figlio di Dio, e questo non è senza effetti.
Allontanandosi da Dio viene meno l’alimento della sua anima, perché l’anima dell’uomo si sostenta solo se in lei viene alimentato l’amore di Dio.
Così, percosso da svariati e conseguenti mali, l’uomo giace a terra ferito, sanguinante, solo, tra la vita e la morte e, se non viene soccorso da Qualcuno, morirà sicuramente.
IL SACERDOTE
“Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte”.
Per l’uomo ferito morente è solo la prima frustrazione, una prima delusione: aver bisogno di aiuto, sperare in un aiuto e non riceverlo è una ulteriore ferita che accresce il dolore e la solitudine.
Ma come poteva ricevere aiuto da uno che, pur se sacerdote, stava percorrendo “quella medesima strada”, quella stessa strada pericolosa che lo conduceva lontano da Dio?
In realtà appare evidente come la situazione di quel sacerdote fosse peggiore di quella dell’uomo che giaceva a terra ferito, perché questo era ormai consapevole del suo male, della sua caduta e della necessità di chiedere aiuto, e più in basso di dove si trovava non sarebbe potuto andare, mentre il sacerdote, proprio l’individuo che avrebbe dovuto dimostrare con l’esempio il credo che insegnava al popolo, viceversa dimostrando l’insensibilità e la durezza del suo cuore, proseguiva la sua discesa.
Cristo usa appositamente la figura di un sacerdote. Questi è un “professionista” della religione, conosce la legge di Dio, guida la preghiera, passa il suo tempo in chiesa; ma da lui non verrà nessun aiuto. Grande è il monito.
Il sacerdote, contrariamente a quanto tutti pensano, si trova sulla stessa via della sofferenza dell’uomo, allontanandosi da Dio, ma, lungi dal sentirsi vicino a chi gli ricorda il suo stesso travaglio, perso anch’egli nella convinzione che sia il suo ruolo a metterlo dalla parte della ragione, non si degna di alcuna attenzione.
L’essere accanto all’uomo che soffre, non fa parte dei suoi programmi, non rientra nei suoi doveri: egli pensa di doversi interessare solo delle “importanti” cose di Dio. Importanti solo nella sua ormai distorta visione della dottrina. Egli non ha tempo, né voglia, di occuparsi di miserevoli creature lontane da Lui.
E il Cristo lo ripudia, nonostante la sua religiosità.
Nessuno più di questo sacerdote avrebbe dovuto rispondere alla fiducia e al bisogno di quel malcapitato; e invece fugge e lo abbandona a se stesso.
Nessuno, più di lui, avrebbe dovuto riscuotere la fiducia di Gesù che invece lo fa sparire per sempre nella vergogna, sconfessato e bollato a fuoco come eterno rappresentante dell’indifferenza e dell’insensibilità del cuore.
Tutti lo conoscono come guida spirituale del popolo e lo riveriscono come dignità religiosa, ma Gesù lo ripudia proprio perché questo è l’uomo più pericoloso per la vera Spiritualità.
Se la gente che legge il Vangelo non sapesse che è il Cristo a parlare, potrebbe pensare che si tratti del discorso di un non credente, un opinione da rigettare in blocco, palesemente in malafede; i “saggi timorati” vi scorgerebbero la evidente e perversa volontà dissacratrice di un nemico della religione e di Dio. Essi non si farebbero impressionare da quelle che riterrebbero solo calunnie di un racconto maligno e tendenzioso, da considerare nulla più che l’invenzione sacrilega di un anticlericale che si diverte a denigrare i preti e la religione, insomma una voce da ignorare sdegnosamente.
Ma siccome è Gesù a parlare, allora, pur non nascondendo la sorpresa e la malavoglia, bisogna mettersi in ascolto e domandarsi il perché di questo inatteso trattamento così squalificante, riservato all’uomo di religione.
IL CRISTO E LE CHIESE
Il Cristo vuole colpire una liturgia e una pratica religiosa avulsa dalla carità e dalla vita; vuol mettere in guardia le comunità spirituali, anche quelle che sorgeranno nel Suo Nome, dal pericolo di ridurre la religione a un culto vuoto, fine a se stesso, che ignora gli uomini le loro tormentose vicende.
Egli abbina audacemente e scandalosamente (si pensi al tempo in cui si trovava e a chi parlava!) religiosità ufficiale e mancanza di misericordia, perché sa che proprio questo mal-essere più di ogni altro può infiltrarsi nelle coscienze dei religiosi diventati “ignoranti del vero Spirito” e inquinare la loro vita; perché sa che proprio questo mal-essere è l’impostura che più snerva e svuota la religione della Spiritualità, privandola della sua genuinità e della su forza rinnovatrice e riducendola a mero involucro monotono e senz’anima.
Egli ben sapeva che quello sarebbe sempre stato il grave problema che avrebbe minato la spiritualità delle religioni, un male che sinuosamente si mescola con quelli che nel tempo diventano solo vuoti riti liturgici, con le spente pratiche di pietà, con le feste e i fasti religiosi, con la cronica mancanza di “vocazione” per una fede non compresa nemmeno più dai suoi “conservatori” e troppo connivente col potere economico/ temporale.
Il Cristo colpisce duramente questa figura di sacerdote che manca dell’amore all’uomo. Aggiungiamo che, se pur una Chiesa (almeno come noi la conosciamo e vogliono farci credere che debba essere) Lui abbia immaginato, chiaramente un tipo come quello non ne sarebbe mai stato degno: per fuorviare i fedeli da dentro e rifiutare quelli di fuori?
Gesù fa emergere con forza il ripudio per un culto senza carità fraterna, e ci fa capire la vanità di ogni tentativo di amare Dio senza amare il prossimo.
Ci ricorda che l’amore per Dio, se non c’è amore per gli altri, è falso.
Un Dio che non sia anche padre di ogni uomo -per quanto reietto- sulla terra, non è mai esistito, né mai esisterà.
Questo sacerdote è il prototipo di religiosi e comunità religiose che fingono di occuparsi dei poveri e dei miserevoli, ma che in verità convivono con i pregiudizi dei potenti benpensanti. “Questa – essi pensano – è gente ormai perduta, che non ci può offrire nulla di utile ai nostri scopi, è inutile perdere tempo prezioso per occuparsene; noi abbiamo ben altro da fare…”.
E dedicano la maggior parte del tempo e delle risorse al culto e alle belle precessioni. Ma non alla carità.
Tutto viene programmato: messe, novene, processioni, rosari, dottrina, feste, restauri di edifici e arredi sacri, soggiorni estivi, perfino fuochi d’artificio, e si dimentica il vero significato della spiritualità che il Cristo ha voluto indicarci: l’amore verso Dio e verso tutti i fratelli umani.
E’ sempre scomodo e doloroso lasciarsi sconvolgere dalla sofferenza altrui e dalla paura che essa possa “contagiarci”, allora si preferiscono le scappatoie e le fughe che conducono in luoghi più rassicuranti, luoghi in cui si riesce a far rientrare la realtà entro i propri schemi mentali.
ANCHE UN LEVITA…
“Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre”.
I leviti erano i funzionari cui, presso le tribù di Israele, erano stati demandati i compiti di adempiere all’organizzazione e svolgimento dei riti religiosi, agli ordini dei sacerdoti. Essi erano pagati con le decime del popolo ebreo.
Il Cristo si riferisce ora al secondo “prototipo” dell’indifferenza umana: il funzionario che si identifica col suo ruolo, che non ha e non vuole avere idee molto originali e personali, ma che un’idea ben precisa e funzionante se l’è fatta con gli anni: stare sempre dalla parte dei più forti, compiacere il potere, rispettare e blandire i più alti di grado, ignorare le persone senza un preciso ruolo sociale, persone senza importanza perché non ufficialmente riconosciute.
Per questo gira alla larga, proprio come il suo sacerdote.
Ora egli “giunge in quel luogo”. Per capire questa finezza del discorso del Cristo, bisogna subito fare il confronto col samaritano che arriva “vicino a lui”.
C’è una importante differenza tra l’arrivare sul posto e l’arrivare vicino all’uomo.
Il levita è il prototipo di tutti coloro che, nella comunità, sono sempre ai loro posti, hanno in consegna strutture pubbliche e private, ordinamenti giudiziari, costumi e secolari tradizioni, e pensano agli uomini come meri strumenti di questi benemeriti congegni a loro assegnati; che guardano ai fratelli umani come possibili opportunità o come ombre, che passano appena lievemente, utili o meno alla concretezza dei loro compiti importanti e dei loro fini di preminenza.
Anzi, spesso non li guardano affatto e, quando sono forzatamente chiamati a notarli, si mostrano palesemente seccati di doversi occupare di loro, e di essere stati costretti a scendere dal limpido cielo dei loro calcoli.
Ogni uomo, per costoro, è una pratica; e quando lo devono trattare direttamente, si vede lontano un miglio che essi non sono addetti al trascurabile incarico di occuparsi di loro.
Il loro compito è solido e reale; non ha niente di aleatorio, non può essere contaminato da inutili problemi di coscienza, insignificanti inquietudini interiori, marginali mancanze di comprensione, secondari dubbi o banali fatiche per cercare la verità e trasmetterla ai meno fortunati.
Quanti si occupano di simili cose sono per loro solo inconcludenti buoni a nulla.
Essi invece camminano sulle buone e care basi su cui tutto (secondo loro), si regge, nella società o nella chiesa: amministrazione equiparata di soldi o di sacramenti -che tanto sono la stessa cosa- ristrutturazioni di edifici e conservazione di patrimoni, attuazione letterale e rigorosa delle leggi, necessario sospetto per ogni forma di rinnovamento, nessuna pietà per i deboli che non pervengono alla sociale considerazione o al successo economico, il tutto condito da una buona scorta di abiti in voga e di titoli onorifici diversi per distinguere diligentemente tra eccellenze, eminenze e monsignori.
Visto il comportamento, quel levita non può che essere diretto anche lui verso il basso, e il povero malcapitato riceve un ulteriore colpo, ferito dall’indifferenza di chi gli passa accanto e non si ferma per dargli almeno un pò di conforto; la sua angoscia aumenta ancora e rischia di trasformarsi in disperazione, infatti, se proprio un sacerdote e un levita, ossia coloro che sono chiamati al servizio di Dio e alla conoscenza della sua Parola, non hanno avuto compassione di lui, da chi mai potrà sperare compassione?
E’ spesso proprio quando si giunge all’estremo delle forze e della speranza, quando non è più possibile contare né su noi stessi né sul soccorso degli altri, che si manifestano le condizioni perché sorga dal nostro cuore quella domanda che Dio da tempo aspettava, quella preghiera che è una richiesta umile e sincera del Suo intervento nella nostra vita.
La disgrazia può essere trasmutata. Il dolore è l’occasione del riscatto, della ricerca di una risposta che spieghi le ragioni dell’esistenza.
Col tempo capiremo che non è stata una disgrazia, ma l’unico modo per rivolgersi alla Soluzione, cambiare strada e tornare verso Gerusalemme.
E’ un occasione d’oro, perché, compreso questo, per vie imprevedibili quanto ineluttabili, Dio interviene, e mostra cosa è capace di fare per coloro che Lo cercano si affidano a Lui.
IL SAMARITANO
“Un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e ne ebbe compassione”.
E finalmente ecco il terzo passante.
E’ solo un samaritano, all’epoca -per i giudei- membro di un popolo eretico e scismatico, disprezzato e odiato più di un pagano.
È importante capire chi erano questi Samaritani.
Quando gli Assiri sconfissero Israele, portarono in esilio tanti Israeliti, in seguito inviarono altri popoli a ripopolare il paese.
Queste persone si mischiarono con quegli Israeliti che erano rimasti, e formarono una religione mista, con alcune componenti di religioni “pagane”, ed alcuni elementi di religione ebraica. Quando i Giudei tornarono dall’esilio, possiamo anche capire quale fu l’atteggiamento degli Ebrei nei confronti di questo popolo.
Gv 8, 48 ci riferisce che i giudei, al colmo della rabbia, in un diverbio con Gesù, lo ingiuriano con gli insulti più infamanti del loro disprezzo, chiamandolo samaritano e indemoniato (si noti: prima samaritano e poi indemoniato!).
Gesù reagisce all’accusa di indemoniato ma non si difende da quella di samaritano.
Gv 4, 9 ci riferisce, attraverso le parole di una donna del luogo che l’ostilità tra giudei e samaritani era tale che non osavano chiedersi neppure un goccio d’acqua da bere.
MA IL CRISTO SCEGLIE PROPRIO LUI!
Non a caso il Cristo prende proprio questo straniero diffamato, inesperto delle cose di Dio, per farne il suo prototipo e il soccorritore dell’uomo ferito e depredato. Costui gli va bene. Eppure per quell’epoca e quell’ambiente è la persona meno adatta, meno immaginabile al pensiero perbenista del tempo; e invece Egli lo preleva dalla sua irregolarità e lo pone, come salvatore, come vero e proprio eroe, accanto all’umanità sofferente e tradita.
Da questo elemento si può anche capire quanto fosse provocatorio ed eversivo per quei tempi e quei popoli, ciò che il Cristo propugnava.
Egli si pone in quel tempo come un vero e proprio “rivoluzionario”, non solo del modo di pensare, ma anche degli equilibri politico-sociali.
Non ci possono sorprendere né l’odio che suscitò, né la persecuzione di cui perì.
Un momento prima, due “addetti ai lavori”, due persone rispettabili socialmente e religiosamente ineccepibili, sono state riprovate, solo perché hanno fallito nell’amore al prossimo e gli hanno negato la loro misericordia; ora un “infedele”, un “extra-comunitario”, viene approvato e innalzato ad esempio da imitare, solo perché ha avuto compassione di lui.
Mi sembra che non ci possa essere alcun dubbio sulla conclusione da trarre: la nostra Vita Eterna è connaturata dall’amore per il prossimo e non ne può essere disgiunta.
Il nostro amore per Dio è credibile solo se esiste amore per l’uomo.
Il nostro amore all’uomo è la prova inconfutabile e insostituibile della sincerità del nostro amore a Dio.
“UN SAMARITANO CHE ERA IN VIAGGIO… GLI SI FECE VICINO…”.
Accostando queste due espressioni “era in viaggio” e ” gli si fece vicino ” sembra che Luca voglia ottenere l’effetto di farci pensare che non fosse casuale che il samaritano si disponesse all’aiuto del malcapitato.
Lo scopo della vita non è quello di transitare o giungere in qualche luogo fisico ma piuttosto di arrivare vicino a qualcuno o con qualcuno, che può rappresentare un mezzo per giungere ad una meta non materiale come la Vita Eterna.
Che senso può avere la nostra vita se non fa felice nessuno? Se prende solo e non da mai?
Che ce ne facciamo di noi stessi se non c’è qualcuno che si rallegra di noi e della nostra presenza?
Che ce ne facciamo di tutto quello che possediamo se non c’è qualcuno che ricevendone un po’ da noi –sarebbe d’uopo a titolo gratuito- riprenda ad amare quella vita che prima temeva, e possa avere più fiducia nel futuro?
Se qualcuno ha incominciato a credere nella vita e a conoscere un po’ di felicità dall’ora in cui ci ha incontrato, noi abbiamo compreso -almeno in piccola parte- il senso del grande Piano Divino.
In qualche modo abbiamo avvicinato Dio, Lo abbiamo capito, perché siamo stati un pochino simili a Lui: artefici di vita, propagatori di bene senza aspettarsi nulla in cambio, autori di piccole rinascite.
Si verifica il primato dell’essere e dell’avere, il grande tema con cui l’umanità si cimenta. Vive chi sa far vivere, chi comprende la legge di causa-effetto, chi sa che seminando il bene, senza aspettarsi nulla, mieterà grandi messi del buono che ha seminato.
“LO VIDE, E N’EBBE COMPASSIONE”
Patire con… Patire insieme… La compassione è quel sentimento divino che ci fa soffrire insieme all’altro il suo dolore, che ci comunica un pò di quella qualità che di Dio prova per noi, che ci fa uscire dalle spire del nostro Ego, per provare ad entrare nel cerchio infuocato del dolore dell’altro.
Andare a vivere il dolore dell’altro con lui, si associa a quel tipo di vicinanza che ha portato il Cristo e i Maestri ad incarnarsi come uomini per venirci a salvare.
E’ forse per questo richiamo all’incarnazione che Luca ha incastonato la compassione di questo testo tra i due verbi ” passandogli accanto ” e “gli si fece vicino “, che, messi così di seguito, l’uno dopo l’altro, con “lo vide” in mezzo, stante a significare la comprensione (prendere con, prendere insieme) della situazione dell’altro, danno il senso dell’aderenza dei dolori delle due vite, dell’unificazione delle due sorti.
La vicinanza, che ovviamente va intesa anche in senso di ricettività e assonanza, non in senso fisico, è la residenza della compassione e dell’amore, è la condizione richiesta perché l’amore possa operare.
È questa la postazione per lenire i mali del prossimo, la base di partenza di tutte le operazioni di soccorso, per chi voglia realmente migliorare la vita di chi soffre.
Senza vicinanza, l’amore è velleitario e inutile; e le ferite del prossimo rimangono aperte e scoperte, senza la morbidezza di un po’ d’olio che possa lenirle.
“GLI SI FECE VICINO, GLI FASCIÒ LE FERITE…”
Non solo il samaritano si avvicina ma si mette anche a curare le sue ferite.
Lui, che vive in pienezza di Dio la sua vita, che ha riconosciuto il Dio che è nel malcapitato come lo stesso Dio che è in lui, sa che ispirandosi ad Esso potrà curare chi giace a terra ferito e nudo.
Attraverso di lui può operare l’unico Potere che tutto lenisce, potere che aiuta chi, consapevole del proprio stato, accetta di lasciarsi toccare da Lui, di lasciare che vengano esaminate proprio le ferite più gravi, quelle che forse si ha vergogna di mostrare.
Chi meglio di un Fratello, essere umano come noi, che opera ispirato da Dio, sa come curare la nostra tristezza, il nostro scoramento, le disillusioni, i rancori, la solitudine, l’incapacità di amore, le crudeltà, i dubbi, le paure, le disperazioni, la superbia, certe indolenze, le passioni confuse, le violenze, gli inganni…
“… VERSANDOVI OLIO E VINO.”
Possiamo quasi certamente ritenere che per vino si sia inteso “spirito”, o comunque il qualcosa di più vicino possibile ad un disinfettante che il samaritano potesse possedere… combinazione, “spirito”, che spesso viene usato in luogo di “bevanda alcolica”, ha anche per noi il significato di “Potere di Dio”, lo Spirito Santo che guarisce le ferite dell’anima e porta l’uomo vicino alla divinità.
Anche se “brucia”, fa bene, non fa incancrenire la ferita.
Quest’olio e questo Spirito potremmo anche paragonarli alla misericordia e alla giustizia, alla dolcezza e alla forza, alla consolazione e alla punizione che Dio mette in atto per curare le nostre ferite.
Chi ha il compito di insegnare, se vuole agire con saggezza sa che, per curare certi mali, un’eccessiva severità o un’eccessiva durezza sarebbero controproducenti, come pure un’eccessiva clemenza, la sapienza consiste invece nell’usare con cognizione sia l’uno che l’altro atteggiamento.
“Il medico indulgente fa incancrenire la ferita”. Non bisogna temere di procurare dolore se v’è in gioco la sopravvivenza stessa…
“Il medico insensibile cura la ferita, ma distrugge lo spirito”. E per guarire le cause profonde che provocano i guai fisici, necessita la migliore salute interiore…
“CARICATOLO SOPRA IL SUO GIUMENTO, LO PORTÒ A UNA LOCANDA…”.
Per illustrare l’insegnamento di un amore fraterno, in un caso come questo, poteva venire in mente l’idea della casa del soccorritore, come ulteriore prova di amore partecipato e accogliente; o anche la casa dell’uomo aggredito, come segno e prova di un’opera di carità felicemente conclusa e compiuta fino in fondo; ma mai l’idea di una locanda.
Per questa ragione è da escludersi che esso possa ridursi a un elemento puramente coreografico e decorativo.
Nel quadro di questa parabola, la presenza dell’albergo occupa un posto così rilevante e lì si svolgono operazioni così numerose e importanti, da farci concludere che esso appartiene all’essenza del racconto e che, quindi, il narratore l’ha voluto espressamente, dandogli un suo speciale significato al fine di ricavarne un insegnamento ben preciso.
Sotto l’immagine dell’albergo credo che si debba intravedere la comunità spirituale, dentro la quale Dio, attraverso i suoi strumenti umani, le Guide e i Maestri, è venuto, e continua a venire, per curare l’uomo.
Pandokeion è il termine greco che è stato tradotto con “locanda”.
Esso appare solo qui in tutto il Nuovo Testamento, e tradotto letteralmente significa “accoglienza universale”.
Ci vuole poco a immaginare che l’evangelista abbia scelto questo vocabolo con l’intenzione di farci pensare a qualcosa di ecumenico, trasversale a qualsiasi religione (infatti i rappresentanti della religione ufficiale del tempo e del luogo, quella ebraica fanno una ben meschina figura), alla sua missione di accoglienza universale, che, in quel tempo, il Cristo propugnava con forza inusitata nel disappunto dei benpensanti.
Per indicare “locanda” o “albergo” avrebbe potuto usare il termine “cataluma” che aveva già impiegato nel racconto della nascita di Gesù, e invece preferisce questo termine che, con le sue radici filologiche di pan (tutto), e dokeo (accogliere), ben si prestava a disegnare la figura di una comunità aperta a tutti, a prescindere da differenze di credo e di casta.
Quindi, chi è debole e dolorante a causa di molte ferite non può essere lasciato sulla strada, ma deve essere trasportato in un luogo in cui possa riposare, nutrirsi, essere protetto dalle intemperie e riprendere così, a poco a poco, le forze e la salute.
Allo stesso modo, per guarire i nostri mali Dio, attraverso i suoi Strumenti umani, ci conduce nella sua Casa, un luogo in cui troviamo riposo, dove ricorrentemente, insieme ai fratelli in Spirito, veniamo nutriti con la Sua Parola, veniamo educati ad amare Dio e i suoi Figli, veniamo difesi e protetti dai pericoli che insidiano la salute della nostra anima.
“… E SI PRESE CURA DI LUI…”
Credo che non possa sfuggire questa cura quasi pignola nel fare notare che, una volta arrivati all’albergo, il samaritano si prende cura personalmente del ferito.
Non lo affida subito al personale, ma lo tiene sotto le sue cure dirette e personali.
Solo il giorno dopo, quando dovrà andarsene lo consegnerà all’albergatore.
L’Inviato di Dio non agisce da solo, però è sempre il primo.
Coinvolge e sempre si trascina dietro la folla dei discepoli, ma è sempre lui a iniziare, a precederli in tutto, ad indicare la Via.
L’uomo ha bisogno di una Guida, non è in grado di fare da solo.
Così come per le cose più semplici ha bisogno di insegnanti, quanto di più ne avrà bisogno l’uomo per la conoscenza più alta, per l’impresa più difficile, per calcare la Via che conduce alla fine della sofferenza e alla vita eterna?
“IL GIORNO SEGUENTE”
Il giorno del samaritano passerà, ma tutti quelli che verranno dopo, si richiameranno sempre a lui e al suo fulgido esempio, perché non potranno più di essere diversi: vorranno tutti rassomigliargli.
In quel giorno è successo qualcosa di unico, Dio attraverso il Suo Inviato ha compiuto una tale novità che, prima di lui, non solo non era mai accaduta, ma neppure era stata immaginata: l’oppresso è stato raccolto e curato senza interesse per il soccorritore, anzi, a suo scapito.
Una novità assoluta di cui la storia dopo di lui (il giorno dopo) non riuscirà mai più a dimenticarsi e di cui gli uomini, dopo di lui, non riusciranno mai più a liberarsi.
La vecchia religione ebraica, rappresentata dal sacerdote e dal levita, e ancora rappresentata tutt’oggi dal Vecchio Testamento, non aveva mai fatto niente del genere per quest’uomo sventurato, nudo, solo, accasciato dalle percosse della vita e dei briganti privi di scrupoli; neppure le altre istituzioni e culture del passato si erano mai sentite in dovere di chinarsi sulla sua sofferenza: l’uomo che soffriva, moriva perché questo era il suo destino, e la sua morte ben poco contava in una storia fatta solo dai potenti.
Un Dio di Re, di guerre e di eserciti, non si poteva certo curare di un insignificante “paria”.
Il Samaritano invece rompe con tutto il passato e istituisce una nuova etica, una nuova evoluzione, una nuova cultura che continuerà dopo di lui (il giorno dopo) e nei suoi discepoli (i fratelli che frequentano il luogo dell’accoglienza universale…).
Da quel momento, dalla venuta del Cristo, i poveri e i sofferenti, abbandonati sul ciglio della strada, sanno che qualcuno potrà passare a raccoglierli per volere di Dio e a condurli all’albergo; ora i poveri e i bisognosi sanno che all’albergo potranno ricevere sostentamento e cura, perché il Samaritano, quando se n’è andato, ha lasciato all’albergatore, suo successore, la sua stessa incombenza: “Prenditi cura di lui”.
Sotto questa immagine del Samaritano che se ne va, ma che viene rimpiazzato dall’albergatore, mi pare che si possa intendere come le Guide che giungono ad aiutare il genere umano non cesseranno mai di essere presenti, per ogni epoca, per ogni tempo: un Maestro in ogni epoca sarà sempre presente a chi avrà occhi per vedere e l’umiltà per chiedere aiuto, a chi, seppur privato della sua dignità a causa degli errori di una vita che scende verso il basso, saprà affidarsi con fede a Chi viene nel Suo Nome.
“ESTRASSE DUE DENARI…”
Nei Vangeli il numero due ha spesso un valore simbolico…
Ricordiamo i due figli (Mt 21, 28; Lc 15, 11); i due discepoli (Mt 4, 18-20; Lc 24, 13; Gv 1, 35); i due ciechi (uniti in Mt 20,29; separati in Mc 8, 22 e 10, 46); i due indemoniati (uniti in Mt 8, 28; separati in Mc 1, 23 e 5, 1); i due spiccioli della povera vedova.
Due è anche il simbolo della dualità, di materia e spirito.
Nel caso può voler significare non solo il denaro, ma anche le nostre ricchezze interiori, il nostro spirito. Il Cristo ci invita ad impegnare verso il prossimo non solo ciò che possediamo, ma anche ciò che noi siamo, tutte le nostre migliori risorse, di cui fanno parte integrante quelle interiori.
Ci indica che l’elemosina di qualche spicciolo non ha molto a che vedere con la vicinanza al prossimo sofferente. Riuscire a dedicare un po’ di noi stessi, un sorriso, una parola, un accoglimento non di sola facciata… questo è di certo molto di più, e in sintonia le nostre “risorse migliori”.
E’ certo in un tale impiego per gli umili e i meno fortunati, che i nostri beni materiali, il benessere di cui godiamo nella nostra vita, trovano la loro legittimazione e la loro consacrazione. In armonia con la legge di causa-effetto che ci indica come “raccoglieremo in corrispondenza ed armonia con ciò che abbiamo seminato”.
“… ABBI CURA DI LUI …”
L’ordine viene impartito con quello stesso verbo con cui è stata descritta l’opera del samaritano: “…Si prese cura di lui…”.
Luca usa lo stesso verbo per far risaltare l’identità del compito: l’albergatore (il successore, continuatore) deve impegnarsi nella medesima opera del Samaritano (la Guida, il Maestro, lo Strumento di Dio del tempo).
In quella locanda (la comunità spirituale) si dovrà perpetuare ciò che Lui ha mostrato.
E’ questa la consegna che il Cristo lascia ai suoi discepoli e ai veri eredi del suo messaggio (coloro che lo capiranno): “prendetevi cura di lui, del sofferente e del debole, come avete visto fare da me”.
“Occupatevi di tutta quella gente che, come il povero malcapitato, ha subito tracolli e sventure, di chi sta peggio, siate vicini a loro, io li affido a voi e al vostro aiuto perché, d’ora in avanti, il mio aiuto sarà continuato dal vostro, ma nel vostro si dovrà riconoscere il mio”.
“…CIÒ CHE SPENDERAI IN PIÙ, TE LO RIFONDERÒ…”
Che cosa può essere ciò che spenderemo in più? In più di cosa?
Più dei due denari, più di quanto previsto inizialmente, più di quanto possiamo permetterci… sono tante le possibili interpretazioni.
Di certo non dobbiamo preoccuparci se spenderemo più energie di quelle previste, se faticheremo maggiormente di quanto apparentemente possibile.
Dare senza aspettarsi in cambio, amare gli altri, essendo tranquilli che nulla sarà dimenticato, tutto sarà “segnato”, e a tutto verrà comminata perequata corresponsione…
Ovvero ciò che conta è la certezza del Ritorno e della conseguente restituzione di quanto di più si è speso… “cercate il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutto il resto vi verrà dato in sovrappiù”( Mt 6,25-34).
Non vi possono essere dubbi sulla ricompensa.
Non vi possono essere dubbi che “la ricerca del regno di Dio e della sua giustizia”, passi per la conoscenza di noi stessi (come potremmo amare il prossimo come noi stessi se proprio noi stessi non amiamo, se non abbiamo riconosciuto il Divino che è in noi?) e subito dopo attraverso il servizio e la vicinanza al Prossimo che –come noi- è incarnazione del divino in terra, attraverso il perseguimento dei giusti rapporti umani e dell’uguaglianza di ogni essere umano…
Un Regno di Dio che non è lontano, ma molto, molto vicino.
Comincia da noi stessi e passa prima per chi è più “prossimo”.
Non si tratta solo di pensare alle sofferenze dell’Africa, dell’India, o a fare pellegrinaggi in terre lontane: coniuge, figli, parenti, amici, conoscenti, co-abitanti, e… sì, immigrati, anche loro sono qui, vicino a noi…
La legge di Causa-Effetto in questo passo viene ribadita inequivocabilmente… perché l’amore per il prossimo e l’amore per Dio, ripagano con gli interessi più alti che si possano immaginare, dieci, venti, cento volte quanto si è investito… Quale banca potrebbe competere con la Banca dello Spirito, di cui il Banchiere è colui che a tutto diede inizio, a cui i “capitali”, tutti, spirituali e materiali, appartengono?
“…AL MIO RITORNO…”
“Il ritorno” questo tema è determinante alla comprensione della Via della Spiritualità. I corsi e ricorsi, i cicli.
Questo verbo “ritornerò” (epanerkesthai) ricorre solo qui e in 19,15 dove serve per indicare il ritorno del Cristo nell’ultimo giudizio
Perché tutto dovrebbe avere una sua alternanza, perché tutto sulla terra è ciclico, compresa la legge di Rinascita, cui nessun vero spiritualista può venir meno, (la Chiesa Cattolica non l’ha mai smentita solennemente, oppure si pensi allìinterpretazione controversa dell’episodio evangelico del cieco nato (3) ) mentre invece una grande anima (Mahatma, in sanscrito) come il Cristo dovrebbe essere venuta una volta sola? E poi mai più?
Forse che solo l’umanità di quel tempo ne avesse bisogno e ora non più?
Vediamo bene che non può essere così.
Può lasciare un Genitore buono e amorevole i suoi figli da soli? Può fare venie una Balia solo una volta ad accudire i suoi figli e poi mai più?
A chi ha “occhi per vedere”, e cuore per sentire la verità, non può non balzare agli occhi: i Successori, e quindi anche i Precursori, del Cristo, sono sempre stati presenti ad accompagnare l’uomo nel suo difficoltoso cammino.
Disponibili ad indicare la Via ai meritevoli che la ricercavano, pronti a gettare il seme della conoscenza e del riscatto anche a costo della propria sofferenza e morte terrena.
L’individuo che cerca, che soffre e si rialza, che comprende attraverso le sofferenze, e si avvicina sempre più alla Verità, alla comprensione del Grande Piano Cosmico, di vita in vita, sempre più si avvicina all’esistenza incarnata della Grande Anima del suo tempo, fino a diventarne alfine un discepolo, e meritare, attraverso la Via Iniziatica, l’esclusione definitiva dal ciclo delle nascite e delle morti.
“CHI DI QUESTI TRE TI SEMBRA SIA STATO IL PROSSIMO…”
Il Cristo termina invitando a riconoscere al di là delle antipatie – come già detto i Giudei non erano in buoni rapporti con i Samaritani – chi si era comportato secondo il comandamento dell’amore del prossimo; il dottore della legge, sicuramente Giudeo e ben addentro alla sua tradizione, si vede “costretto” ad indicare chi -secondo la parabola- si è comportato da amante del“prossimo”.
Chiede infatti Gesù al dottore della legge: “chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?”
E il dottore della legge, suo malgrado, deve ammettere: “chi ha avuto compassione di lui”., guardandosi bene da usare la parola “Samaritano”, come se fosse “impronunciabile”…
Il Cristo costringe, in una sorta provocazione (che sappiamo ha poi dovuto scontare), il dottore della legge ad inghiottire un rospo amaro: ammettere, in qualche modo, che il reietto, l’intoccabile, poteva essere meglio dei più illustri e rispettabili personaggi pubblici del tempo.
Sicuramente il nostro buon “dottore della legge” avrà pensato “… certo, se le cose andassero realmente (ma non è così) come lui ha raccontato… non posso non rispondere coerentemente”.
Ed ecco la risposta di cui sopra, certamente espressa con grande rammarico.
Ciò che vorrei far notare è che Il Cristo aveva ragione, ovviamente, le cose stavano già andando come lui stava esprimendo: indifferenza, arroganza, insensibilità, crudezza di cuore già permeavano i religiosi di allora… ma questi non se ne rendevano neanche conto.
Il paradosso è che la situazione è, nel nostro tempo, sempre la medesima: se si presentasse qui da noi in carne ed ossa, pure con le stesse sembianze, un nuovo Cristo, non verrebbe riconosciuto…
Se Questi raccontasse una parabola di questo tipo, sostituendo il termine “samaritano”, con il termine “albanese” (o negro, o cingalese o quant’altri), il termine “sacerdote” con “vescovo” (o cardinale, o prelato, o parroco… ecc), e il termine “levita” con una qualsiasi carica pubblica di alto livello (o ministro, o presidente, o sindaco, o deputato… ecc), verrebbe ripudiato e degradato, allontanato e irriso, odiato e rifiutato, non solo dai dottori della legge di oggi (che almeno allora ascoltavano), ma da qualsiasi comunità religiosa cristiana, e da qualsiasi “pulpito” mediatico.
Non penso vi possano essere dubbi in merito.
Mi piacerebbe, lo confesso, ricevere qualche parere in controtendenza, ovviamente circostanziato.
LA RECIPROCITÀ
E’ evidente la reciprocità che traspare in questo passo: il prossimo non è solo colui che dobbiamo aiutare, ma anche noi siamo il prossimo di chi aiutiamo.
V’è una precisa indicazione in questo, anche chi soffre, anche chi è debole e martoriato dalla vita, deve considerare e amare il suo prossimo.
Il fatto che si stia patendo, per qualsivoglia ragione, a cagione di chicchessia, non giustifica nessun odio per il prossimo.
E forse questa è una delle lezioni più difficili da apprendere.
Normalmente la sofferenza nella nostra società viene strumentalizzata per giustificare odi e rivendicazioni, come se la reazione fosse un diritto, dimenticando la grande lezione di non violenza del Cristo evangelico: “Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. (Matteo 5,39-41)”.
“Ma a voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici; fate del bene a quelli che vi odiano; benedite quelli che vi maledicono, pregate per quelli che vi oltraggiano. A chi ti percuote su una guancia, porgigli anche l’altra; e a chi ti toglie il mantello non impedire di prenderti anche la tunica. Dà a chiunque ti chiede; e a chi ti toglie il tuo, non glielo ridomandare. E come volete che gli uomini facciano a voi, fate voi pure a loro. Se amate quelli che vi amano, quale grazia ve ne viene? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a quelli che vi fanno del bene, quale grazia ve ne viene? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a quelli dai quali sperate di ricevere, qual grazia ne avete? Anche i peccatori prestano ai peccatori per riceverne altrettanto. Ma amate i vostri nemici, fate del bene, prestate senza sperarne nulla e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; poiché egli è buono verso gli ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro. Non giudicate, e non sarete giudicati; non condannate, e non sarete condannati; perdonate, e vi sarà perdonato. Date, e vi sarà dato; vi sarà versata in seno buona misura, pigiata, scossa, traboccante; perché con la misura con cui misurate, sarà rimisurato a voi”. (Lc 6,27-38)
Cosa possiamo dire… tutte le volte che leggo queste righe mi vengono i brividi dall’emozione.
Poi penso alle scelte politiche del nostro mondo occidentale… alla guerra in Irak che ci vede in prima linea, a chi non scomunica i produttori/venditori di armi, a chi avvalla regimi autoritari e violenti … ma senza andare tanto lontano, penso all’odio di tante persone che augurano morte e sofferenza a questo o a quell’altro, all’accanimento di chi si vede superare in auto, all’acredine del figlio per il padre o del fratello contro la sorella…
Quanto siamo lontani…
Basterebbe anche poco… basterebbe anche solo ricordarsi ogni tanto che certe affermazioni sono state fatte, che esistono, e che, a Chi le disse, ci riferiamo ogni qualvolta abbiamo bisogno o stiamo soffrendo, se non altro testimoniando una certa stima nei suoi confronti… Perché poi non lo seguiamo in tempi non sospetti?
AMARE MALGARO ESPERIENZE AMARE
Un conoscente una volta mi disse: “Essere retti, comportasi onestamente? OK. Amare? D’accordo. Esporsi a rischio? Mi sta bene anche questo. Ma non mi parlate di porgere l’altra guancia!
Sono d’accordo che non è giusto vendicarsi. Non renderò pan per focaccia, che per altro mi sembra già gran cosa in questa società di m… ma addirittura amare chi ci ha fatto del male… no, Cristo non può chiederci questo. Non é umano. Questa é la religione dei santi e io non sono santo. Anzi questa é la religione dei martiri… ma per essere cristiani dobbiamo essere tutti martiri?”
Il Cristo continua a dare scandalo oggi come allora…
La maggior parte delle persone, pur non affermandolo apertamente, ma implicitamente con il comportamento, confuta l’inequivocabile verità di saggezza: la Vita Eterna si basa sull’aderenza a questo precetto, inevitabile conseguenza dell’amare il prossimo come noi stessi.
Non penso sia sufficiente pentirsi in punto di morte per affrancare una vita spesa all’insegna dell’”occhio per occhio dente per dente”.
Quando lasceremo il corpo ci porteremo dietro unicamente ciò che abbiamo costruito faticosamente nel corso di una vita, attraverso impegnativi conseguimenti e amare esperienze trasmutate in giusta consapevolezza, in innalzamento dello stato di coscienza.
Il punto di arrivo, la meta finale di questa consapevolezza è mirabilmente esemplificata nella frase pronunciata dal Cristo in punto di morte: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno” (Luca 23,34)
LA CONCLUSIONE DELLA PARABOLA DEL SAMARITANO: “VA’ E ANCHE TU FA’ LO STESSO”
La conclusione di Gesù: “va e anche tu fa lo stesso”, ci invita al nostro compito, quello di praticare, alla luce dell’esempio che il Cristo ci ha mostrato, ciò che è giusto. Non basta pensare che sia giusto, bisogna fare seguire i fatti concreti, bisogna cambiare la propria vita se ancora non si ispira a questi principi.
Quello che dobbiamo fare noi è farci influenzare dal Divino che in noi pulsa costantemente, la nostra anima, che provenendo da Dio sa cosa è giusto.
Andando interiormente a cercarla sapremo trovare la spiegazione e la forza per dare concretezza ai giusti principi innati che essa connota.
Ci sono dei periodi in cui siamo nello stato in cui si trovava l’uomo percosso dai briganti prima che giungesse il buon Samaritano, altri momenti in cui non dobbiamo far altro che lasciarci medicare le ferite dal Signore, ed altri ancora in cui, se avremo trovato l’albergo e vi ci saremo ristorati, riacquisteremo le forze e potremo esercitarle nelle attività di una vita normale.
Ma in qualsiasi periodo di questi, anche se siamo già consapevoli della presenza di una Locanda in cui riacquistare le forze, anche se abbiamo già conosciuto il vero Maestro (il Ristoratore), ci possono essere ulteriori momenti in cui si è percossi fino alla morte dal volgere impietoso degli eventi, momenti in cui, come dicono i profeti “meglio sarebbe morire piuttosto che vivere”, momenti in cui si spera vivamente nell’aiuto di chi ci passa accanto… Ma l’aiuto non viene, e chi ci passa accanto contribuisce a peggiorare le nostre ferite con la sua insensibilità e la sua indifferenza, quando poi questa esperienza si protrae nel tempo, si giunge a rasentare la disperazione.
In questi momenti si sperimenta quanto è amaro vivere lontano dalla casa del Padre.
Questa è la situazione dell’uomo percosso dai briganti prima di incontrare il buon Samaritano.
DA SOLI NON SE NE ESCE
Ebbene, la parabola ci dice che in questa situazione, da cui non si esce con le proprie forze perché sono esaurite, né con l’aiuto degli uomini perché o non vedono o girano alla larga dal nostro dramma, una speranza è ancora possibile: un viaggiatore straniero e misterioso, uno verso cui, forse, non c’è molta simpatia, può giungere fino a noi ed avere compassione di noi, può ravvivare la nostra speranza e curare le nostre ferite, Egli è l’inviato di Dio.
Quello che dobbiamo fare quando siamo in questa situazione è avere fede in Lui, non farci abbattere dalla disperazione e continuare a vederLo, a vedere il Regno di Dio, dentro di noi e nei fratelli umani.
Se poi lo stato della nostra anima è quello in cui l’incontro con il buon samaritano è già avvenuto e lui ha incominciato a curare le nostre ferite, quello che dobbiamo fare è lasciarlo lavorare e non rallentare la sua azione volendo suggerirgli qual è la cura più indicata per il nostro caso.
Dobbiamo lasciarlo lavorare anche quando non comprendiamo quello che sta facendo.
L’inviato di Dio ha dei tempi e dei metodi imprevedibili e sorprendenti, il rischio che corriamo è quello di ritirargli la nostra fiducia ed il nostro consenso quando quello che ci succede sfugge al nostro controllo e alla nostra comprensione, allora, forse non a parole ma nei fatti gli ritiriamo la nostra fiducia, ed Egli si vede costretto a sospendere le cure perché la nostra libertà gli resiste, rischiamo così di privarci della possibilità di acquistare le vere forze, la vera salute, la vera vita, la vita di Dio in noi.
Una delle debolezze fondamentali, una delle ferite più profonde che abbiamo è proprio la mancanza di confidenza (con-fidare, ovvero fidare con, fidare insieme, avere fiducia-fede) con Lui, mancanza di confidenza nel suo amore, mancanza di confidenza nel suo desiderio e nel suo potere di guarirci, di fortificarci, di renderci felici.
Questo perché il fondamento su cui poggia la nostra esistenza siamo noi stessi e non Dio, allora, quando Dio incomincia a farci cambiare il fondamento è come se ci mancasse la terra sotto i piedi, è come se ci fosse il terremoto, tutto crolla e noi abbiamo paura a lasciare il certo -materiale quanto conosciuto a causa del feeling inevitabile con la nostra essenza ancora primitiva e materiale- per l’incerto -immateriale, spirituale, così alieno ai sensi che abbiamo eretto a guide e giudici unici del nostro esistere.
… Allora, a seconda dei casi, Egli diluisce questi terremoti lungo il corso della nostra esistenza così che, a poco a poco, impariamo a fidarci di Lui anche quando tutto crolla intorno a noi.
ALTRI METODI DI APPRENDIMENTO
Un altro metodo per infondere in noi la confidenza è quello di farci passare per situazioni contrarie alla nostra sensibilità e alle nostre inclinazioni; chi accetta di passarvi, si rende poi conto che se si è riusciti a reggere in certe situazioni, non è stato per le proprie forze o per la propria volontà, la quale non trovava che disgusto e ribellione, ma per un Dono misterioso di Grazia.
Per questo è importante non sottrarsi a ciò che la vita ci pone innanzi.
Nulla di ciò che incontriamo sul nostro cammino è casuale.
Dobbiamo imparare assolutamente che non ci accade nulla con cui noi non dobbiamo avere a che fare.
Se ogni volta che siamo invitati a passare per dove non ci piace diciamo di no e ci tiriamo indietro, come farà a trovare consistenza la nostra consapevolezza, la nostra fiducia in Lui, la nostra evoluzione?
Come farà a stabilirsi profondamente in noi quel Fondamento che non crolla neanche se vacillano i pilastri della terra?
Se poi insistiamo nel voler fare di testa nostra, se continuiamo a respingere le Sue proposte, ricadremo inevitabilmente in situazioni sempre più dolorose e complicate, paradossalmente proprio quelle che la nostra testardaggine e le nostre paure avrebbero voluto evitare.
Dobbiamo lasciarLo lavorare anche quando nel curare le nostre piaghe è costretto a farci un po’ male, vale a dire quando, illuminando la nostra coscienza, ci rende consapevoli dell’insufficienza delle nostre capacità, della durezza del nostro cuore, delle nostre inquietudini e delle miserie che sorgono dal nostro cuore.
Questo accade perché impariamo sia a conoscere noi stessi, sia a riconoscere che tali miserie possono venir sanate dalla Sua comprensione, e la nostra povertà può venir colmata dalla Sua ricchezza.
IL MOMENTO DELLA RIABILITAZIONE
Rimane infine da considerare lo stato di coloro che si trovano nell’albergo, che l’hanno trovato, che sanno della sua esistenza e necessità.
Questi, come abbiamo detto, frequentando la Locanda dell’Accoglienza Universale, riacquistano ricorrentemente le forze e cercano costantemente di mettere in pratica i Sani Principi, nelle attività di una vita normale.
Ispirati dal Buon Samaritano, o dall’Illuminato Ristoratore, essi sanno come dovrebbe essere condotta una “vita degna di essere vissuta”. Ma non sempre riescono a farlo. Spesso si perdono, e allora devono tornare.
Questi sono coloro che, dopo cure varie, accumulate di vita in vita a lenimento di ferite reiterate, hanno posto il fondamento della loro vita quotidiana in Lui più che in loro stessi, e per questo riacquistano le forze e con esse si esercitano nell’amore di Dio e nell’amore del prossimo.
Consapevoli che da se stessi non possono fare nulla, si studiano di mettere in pratica l’insegnamento, gli esempi e i consigli che l’Inviato di Dio impartisce loro.
Così, soprattutto nei primi tempi, ma anche per tutta la vita, se non riusciranno ad imitarLo del tutto, proveranno tuttavia a fare quel che possono.
Ad esempio, se lungo il corso della loro vita incontreranno qualcuno che soffre nel corpo o nello spirito, non passeranno oltre, ma gli offriranno almeno il conforto della loro vicinanza, se non potranno fare altro offriranno la loro comprensione e le loro preghiere contribuendo ad alleviare, almeno un po’, almeno per un momento, il dolore di chi è nella prova.
Altri un po’ più robusti, faranno come il giumento del buon samaritano, ossia, contribuiranno con il loro sacrificio, le loro preghiere, il loro buon esempio o la loro parola, a trasportare nella Locanda coloro che, incamminati per vie pericolose, feriti e doloranti, accetteranno di seguirli sulla Via della Spiritualità e della Comunione con Dio.
Come in un albergo ci sono varie mansioni, tutte ordinate a soddisfare le esigenze degli ospiti, così nella Locanda dell’Accoglienza Universale ci sono diverse vocazioni e diverse attività, tutte ordinate a soddisfare le esigenze dell’amore di Dio e dell’amore del prossimo.
Così ci sarà chi è più sensibile ai bisogni di coloro che soffrono nel corpo, altri si dedicheranno a confortare e curare coloro che soffrono nell’anima, altri saranno impegnati a rendere confortevole e vivibile l’ambiente, altri si occuperanno di abbellirlo, altri ancora di preparare vivande corroboranti e in sintonia con il rispetto della vita e della natura, tutti gioiosamente uniti e grati dell’amore onnipervadente da Egli ispirato.
Cercando di amare gli altri come Lui ci ama, ognuno è impegnato a crescere nell’amore e ad avere uno sguardo di bontà verso tutti, i vicini e i lontani, i bambini e gli anziani, gli amici ed i nemici.
CHI È IL MIO PROSSIMO OGGI?
Don Luigi Ciotti, in un discorso tenuto presso il Castello dei Comboniani (famoso ordine di missionari in Africa), il 19 Gennaio 2002, così interpretava la parabola:
“Il Signore di fronte alla domanda che gli viene posta, “Chi è il mio prossimo?”, racconta una parabola e capovolge tutto: sei tu che devi farti prossimo.
Il Samaritano, soccorre e provvede subito a dare aiuto al viandante percosso e, pensando anche un po’ al futuro di quella persona, se ne va dall’albergo dove lo ha fatto ricoverare pagando egli il conto, e prima che si risvegli, per non creare un minimo di dipendenza.
Questa è una pagina dura, pesante che ci deve interrogare tutte le volte.
È un pugno nello stomaco la grandezza di questo invito a farsi prossimo.
Oggi il Samaritano sarebbe l’albanese, il nigeriano.
Sarebbe uno di quei migliaia di immigrati che stanno difendendo i loro diritti, di fronte a chi vuole trattare l’immigrato come “usa e getta”, solo in funzione del proprio benessere, della gestione del proprio lavoro e senza favorire i ricongiungimenti familiari di persone che sono qui da vent’anni.
Io trovo che questi meccanismi umiliano, semplificano e non tengono conto che la legalità è uguale per tutti e non solo per i signori potenti e sempre sapienti.
La giustizia non dovrebbe fare sconti a nessuno! Io credo che non dobbiamo mai dimenticarci l’attenzione alle persone, ai loro bisogni: che vuol dire uguali diritti, servizi, spazi, opportunità, riferimenti concreti”.
LA TERRA APPARTIENE A TUTTA L’UMANITÀ
E’ ancora molto attuale l’atteggiamento impassibile del Sacerdote e del Levita evocato dal Cristo nella parabola: è quello del novanta per cento di noi cittadini civili e progrediti.
Esiste un grande modo per combattere il razzismo, ed è quello di sconfiggere due malattie mortali del mondo di oggi: l’indifferenza e la superficialità.
La storia dell’umanità è per la maggior parte connotata da un continuo susseguirsi di immigrazioni, di enormi spostamenti di masse umane tra città e città, tra nazione e nazione, tra continente e continente.
La terra appartiene a tutta l’umanità e nessuna barriera può resistere al tempo a alla necessità.
La differenza tra quel 20 per cento di umanità e la restante parte non potrà durare a lungo, e piano piano, ma inesorabilmente, gli equilibri dovranno essere ristabiliti.
Tutti gli uomini sono uguali, nessuno ha il diritto, solo in virtù della fortuna di essere nato in un paese ricco, di pensarsi depositario di privilegi inalienabili e assoluti.
In virtù di quale legge divina o umana ciò potrebbe essere possibile?
Tutti coloro che sono nati con questa “fortuna”, hanno un solo dovere etico e morale: utilizzarla nel miglior modo ai fini della propria evoluzione.
Da un punto di vista spirituale sappiamo che la strada è una sola: quella del distacco, inteso come capacità di non identificarsi con questa “fortuna”, e il miglior modo per farlo è condividerla con i propri fratelli umani.
Note
(1) Liberamente tratto da “I PROBLEMI DELL’UMANITÀ” di A.A.Bailey, ed. Nuova Era – Roma.
(2) Lc 10, 25-37
(3) Per correttezza cito dal sito del CESNUR (“Center for studies on new religions”, a cura di Massimo Introvigne, noto studioso nell’ambito dell’ortodossia cattolica): secondo l’obiezione reincarnazionista la Chiesa cattolica non ha mai condannato solennemente la dottrina della reincarnazione. A questo proposito occorre tenere presenti due punti: il primo è che la Chiesa ha condannato solennemente posizioni che sono premessa indispensabile per la reincarnazione (come la preesistenza delle anime, che però Origene, padre della Chiesa, sosteneva, e che anche i suoi studiosi cattolici ammettono sostenesse, pur non avendo mai avvallato l’idea delle incarnazioni progressive. N.d.R.). In secondo luogo la Chiesa ha affermato solennemente verità inconciliabili con essa, come il fatto che dopo la morte segua immediatamente il giudizio e quindi il purgatorio, l’inferno o il paradiso. Il dogma cattolico della resurrezione è inoltre in palese contrasto con la credenza nella reincarnazione, come ha di recente ribadito Giovanni Paolo II: “La speranza cristiana ci assicura inoltre che l’“esilio dal corpo” non durerà e che la nostra felicità presso il Signore raggiungerà la sua pienezza con la risurrezione dei corpi alla fine del mondo. […] È una vera e propria risurrezione dei corpi, con la piena reintegrazione delle singole persone nella nuova vita del cielo, e non una reincarnazione intesa come ritorno alla vita sulla stessa terra, in altri corpi”./ Gli ebrei, ai tempi di Gesù, aspettavano il ritorno dei profeti e accettavano la possibilità della reincarnazione, anche se per loro non è un dogma di fede./ Nel Vangelo vi sono alcuni accenni, come nel racconto del cieco nato (“Maestro, quest’uomo è nato cieco: ma è colpa sua o dei suoi genitori?” Giovanni 9,2) o nel passo in cui Gesù chiede chi crede la gente che Lui sia. E quando gli dicono che qualcuno crede che lui sia Elia, “Elia è già tornato”, risponde “e non l’hanno riconosciuto. Elia è Giovanni il Battista” (Matteo 11,14 e 17,12-13 ). Questi brani sono frutto di interpretazioni opposte tra le due correnti contrapposte (pro e contro reincarnazione). Inoltre si parla di reincarnazione nei Vangeli apocrifi (Tommaso), nei libri gnostici e anche nel Corano. Questo per quanto attiene alla metafisica occidentale. I riferimenti alla reincarnazione sono norma in quasi tutte le filosofie orientali, dal Buddismo, all’Induismo, al Jainismo, nonché negli insegnamenti filosofici Greci (Pitagora, Platone, Plotino) e latini (Cicerone, Virgilio)./ Tratto dal sito http://www.psicologiaspirituale.it/articoli/Reincarnazione_storia.htm:Nato ad Alessandria nel 185 ca e morto a Tiro nel 253 ca d. C., Origene, teologo e scrittore cristiano di lingua greca, fu uno dei più grandi dottori della Chiesa, anche se attualmente non riconosciuto come tale. Egli formulò una dottrina in cui erano presenti molti elementi neoplatonici, predicò la preesistenza dell’anima e la reincarnazione. Secondo Origene:”L’anima non ha principio né fine. Ogni anima entra in questo mondo fortificata dalle vittorie oppure indebolita dai difetti della vita precedente. Il suo posto in questo mondo, quasi dimora destinata all’onore o al disonore, è determinato dai suoi precedenti meriti. Il suo operato in questo mondo determina il posto che essa avrà nel mondo successivo… Non è forse più conforme a ragione che ogni anima, per certe misteriose ragioni, venga introdotta in un corpo e ivi introdotta secondo i suoi meriti e le sue precedenti azioni?” Origene, poi, a causa delle sue teorie che indebolivano il potere della Chiesa, in quanto offrivano all’individuo la possibilità di salvarsi da solo attraverso l’espiazione delle proprie colpe, vita dopo vita, fu condannato una prima volta un secolo e mezzo dopo la sua morte nel 399 d.C. in occasione del sinodo di Alessandria. Le sue teorie vennero stigmatizzate una seconda volta nel sinodo di Costantinopoli nel 543 e qualche anno dopo furono pubblicati gli anatemi ma che riguardavano più che altro la trasmigrazione delle anime, cioè la discesa, o caduta, di queste nella dimensione terrena, e non la reincarnazione (farsi più volte carne) in senso stretto. C’è da rilevare inoltre che il concilio fu promosso dall’imperatore Giustiniano e che nessun rappresentante di Roma era presente. Anche gli anatemi pare siano stati formulati ed emessi in una sessione extraconciliare proposta sempre dall’imperatore che costrinse in qualche modo il Papa Vigilio, noto per la sua debolezza, a suggellarli. Nei secoli successivi non ci fu mai esplicita condanna alla credenza nella rinascita, se non l’affermazione, nel Concilio di Lione del 1274 e in quello di Firenze del 1439 che le anime dopo la morte sono destinate ad andare in paradiso, in purgatorio o all’inferno.D’altro canto, non fu solo Origene a rifarsi alla tradizione ermetica. Molti altri dottori della Chiesa si schierarono più o meno apertamente su questo fronte. Anche Sant’Agostino (354-430), teologo e filosofo, padre della chiesa latina, nei suoi scritti dichiarò senza remore le sue simpatie per il sistema platonico e neoplatonico e lasciò emergere le sue riflessioni sulla reincarnazione. Nel “Contra Academicos” così, scrive: “Il messaggio di Platone, il più puro, il più luminoso di tutta la filosofia, ha finalmente dissipato le tenebre dell’errore e ora traspare soprattutto attraverso Plotino, così simile al suo maestro che crederesti che Platone sia rinato nella sua persona.”E ancora, nelle “Confessioni”, si esprime in tal modo: “Dimmi, Signore, dimmi se la mia infanzia successe ad altra mia età morta prima di essa? E prima ancora di quella vita, o Dio, mia gioia, fui io forse in qualche luogo o in qualche corpo?”Dunque, non solo l’induismo e il buddismo, hanno predicato la reincarnazione ma ben altre religioni: l’islamismo, l’ebraismo e, come abbiamo già visto, il cristianesimo, per ben sei secoli consecutivi. Del resto anche nella Bibbia, nonostante i rimaneggiamenti e i riferimenti specifici all’argomento tolti su ordine dell’imperatore Giustiniano a seguito della condanna di Origene, restano ancora oggi alcuni passi indicativi di una credenza comune nel popolo ebraico.Mosé, in alcuni salmi (90, 3-6) così recita:”Tu fai tornare i mortali in polvere e dici: ‘Ritornate, o figlioli degli uomini’. Perché mille anni agli occhi tuoi, sono come il giorno d’ieri quand’è passato, e come una veglia nella notte. Tu li porti via come in una piena; son come un sogno. Son come l’erba che verdeggia la mattina; la mattina essa fiorisce e verdeggia, la sera è segata e si secca”.Mosé, pare fosse figlio di una principessa reale egizia, sorella di Ramses II e vi sono molte probabilità che egli sia stato iniziato ai misteri del tempio come sacerdote di Osiride e quindi che si rifacesse alla dottrina di Ermete, autore leggendario di testi in lingua greca e di contenuto filosofico-religioso, divenuti noti poi come “scritti ermetici”, di natura reincarnazionista.Anche nei Vangeli i riferimenti alla preesistenza dell’anima e alla possibilità che questa ha di reincarnarsi portandosi dietro colpe e meriti, restano ancora molti. I discepoli di Gesù, sembravano a conoscenza della metempsicosi (dal gr. Metempsýchõsis, passaggio delle anime), teoria secondo la quale le anime sono soggette a successive reincarnazioni. Un primo riferimento lo si ritrova in Matteo, 14, 1-2, in riferimento a Giovanni Battista, decapitato da Erode. Erode stesso sentendo la fama di Gesù divenire sempre più grande, dichiarò ai suoi servitori: “Costui è Giovanni Battista; egli è resuscitato dai morti”, e perciò agiscono in lui le potenze miracolose”. E poi nel versetto 16, 13, sempre in Matteo si trova scritto: “Gesù venuto nelle parti di Cesarea di Filippo, domandò ai suoi discepoli: chi dice la gente che sia il Figliuol dell’uomo? Ed essi risposero: Gli uni dicono Giovanni Battista; altri, Elia; altri, Geremia o uno de’ profeti”.Un altro riferimento che lascia intendere che gli apostoli fossero a conoscenza della realtà della reincarnazione lo si ritrova nel passo del Vangelo di Giovanni, 9, 1-2,: “E passando vide un uomo che era cieco fin dalla nascita. E i suoi discepoli lo interrogarono, dicendo: ‘Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?”Naturalmente nessun individuo può peccare prima della sua nascita a meno che non si dia per scontata la sua preesistenza dell’anima e una colpa derivante da una precedente incarnazione. Il cristianesimo dunque è stato da sempre intriso di riferimenti più o meno espliciti alla reincarnazione e a tutt’oggi la Chiesa cattolica non si ha mai espresso ufficialmente aperta condanna ad essa.La teoria della reincarnazione, dopo i concili che misero al bando la dottrina di Origene, gradualmente scomparve per poi venire tramandata solo dalle varie discipline esoteriche dei templari, dei cabalisti, dei rosacrociani fino al pensiero rinascimentale. Un nuovo sviluppo si ebbe con l’Illuminismo e il Romanticismo (XVIII e XIX sec.) e alcuni autori come Von Helmont, Kant, Goethe, riportarono nelle loro opere considerazioni sulla reincarnazione. Nell’epoca contemporanea un forte risveglio spirituale è stato avviato da Rudolf Steiner (Kraljevica, Croazia 1861- Dornach, Basilea 1925), filosofo austriaco fondatore della società antroposofica. Centro di questa dottrina è la distinzione, nell’uomo, di sette principi (dal corpo fisico a quello etereo e astrale, dall’io all’io spirituale, allo spirito vitale e all’uomo-spirito). Con la morte il corpo fisico si dissolve, mentre quelli etereo e astrale accompagnano l’io in un periodo di sonno profondo che precede le successive incarnazione fino al ritorno allo spirito puro.










