Considerazioni sul ricambio generazionale nelle aziende

«La fabbrica non può guardare solo all’indice dei profitti. Deve distribuire ricchezza, cultura, servizi, democrazia. Io penso la fabbrica per l’uomo, non l’uomo per la fabbrica, giusto? Occorre superare le divisioni fra capitale e lavoro, industria e agricoltura, produzione e cultura. A volte, quando lavoro fino a tardi vedo le luci degli operai che fanno il doppio turno, degli impiegati, degli ingegneri, e mi viene voglia di andare a porgere un saluto pieno di riconoscenza».
(Adriano Olivetti)

Vi sono -a mio parere- anche alcuni elementi che concorrono al fallimento dei giovani rampolli nel ricambio generazionale:

– l’aver avuto la vita troppo facile, ovvero il sentirsi garantiti e/o predestinati, il non dover faticare per raggiungere il top; da ciò derivano a volte presuntuosità, arroganza, incapacità di apprezzare l’impegno altrui e spesso quasi il disprezzo per le difficoltà di chi lavora; ciò ovviamente non favorisce i rapporti con le maestranze, la capacità di fare team e motivare i propri collaboratori.
– Il non aver avuto mai bisogno di collaborare per raggiungere un obbiettivo può portare a non saper scegliere collaboratori effettivamente validi: come si fa a riconoscere una qualità se non la si possiede?
– Incapacità a gestire il dissenso: una personalità insicura, non cresciuta a causa dell’eccessiva ombra del genitore di successo (spesso addirittura padre padrone), conduce in tanti casi all’insicurezza mascherata dall’aggressività (anche questa caratteristica che non aiuta le relazioni); talvolta vengono scelti collaboratori mediocri privilegiando aspetti come fiducia e incapacità a esprimere pareri differenti (in sostanza meri yes-men).
– La mancanza del rischio di essere giudicati e al limite pure giubilati in caso di scarsi risultati o errori marchiani: il genitore vede nella continuità di comando l’unico appiglio alla sopravvivenza della propria opera nel tempo. In tal modo le decisioni errate si sovrappongono e non è praticamente possibile uscire da dinamiche involutive.
– Incapacità di delega efficace: di padre in figlio si replica la vocazione accentratrice a voler controllare tutto di persona ma, mentre nel genitore è stato un elemento che, seppur non vincente da un punto di vista deontologico organizzativo, ha potuto dare adito al successo dell’impresa (il solo fatto che l’impresa esiste ancora lo testimonia), negli eredi questa negativa attitudine si esprime quasi sempre per quello che è…

Sappiamo bene che chi non riesce a provare un piacere sincero per il successo di quelli che lavorano per lui o che sono stati suoi dipendenti, non sarà mai un grande leader.

A questi elementi negativi non è facile trovare soluzione. Non c’è nessun mentore che tenga…  Anzi, spesso i mentori vengono “triturati” da compiti al di là delle loro forze.
Occorrerebbe una formazione non solo al livello dei giovani ma proprio a livello dei genitori imprenditori, gli unici veramente in grado di incidere su questi aspetti, sia a preventivo, sia a consuntivo. Questo però cozza con dinamiche personali di eccessivi ego e autostima (“ho avuto successo, sono un successo, ergo non devo imparare nulla da nessuno…”), ed è ancora più diffuso in ambiti imprenditoriali cresciuti negli ultimi 50 anni, come nel caso emiliano.
In sostanza si interviene spesso solo a consuntivo, quando il danno è fatto e/o quando è troppo tardi per salvare l’azienda e non ci sono più risorse per investire su cambiamenti di rotta di medio lungo periodo.
Uno dei modi per fare qualcosa potrebbe essere quello di diffondere, attraverso le organizzazioni imprenditoriali una sana consapevolezza di queste problematiche con seminari e incontri di sensibilizzazione.
La volontà di risolvere un problema però, passa sempre per la capacità di averlo riconosciuto. Occorrerebbe sentire maggiormente il peso della responsabilità sociale della propria azienda, il sentirsi un po’ al servizio dei propri collaboratori e delle loro famiglie, e non solo del successo economico personale.
Utopia? Non credo per tutti. Sono convinto che queste sensibilità si diffonderanno sempre di più. 

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