Giordano Bruno, il filosofo errante

Fu all’incirca 15 anni fa che mi appassionai alla figura di Giordano Bruno. Un personaggio troppo controverso e misterioso per non avvincere un “curioso dello spirito”.

La sua tragica persecuzione da parte dell’Inquisizione e poi la sua terribile fine acuirono molto il mio interesse. Raggiunsi il culmine nell’anno 2000, che fu il quattrocentesimo anniversario della morte, anno in cui mi recai a Roma, presso la biblioteca Casanatense, dove venne allestita una mostra molto approfondita su di lui. Recentemente la sua figura mi è stata ricordata da un amico, anch’egli appassionato, al quale promisi con piacere che prima o poi avrei scritto qualcosa in merito.
Giordano Bruno è una figura assai complessa e certamente non ho la pretesa con poche parole di dire qualcosa di esaustivo o di avvicinare i testi dei numerosissimi studiosi che nel tempo si sono succeduti. Tuttavia vorrei dar conto di alcune impressioni che già al tempo del mio interessamento mi balzarono agli occhi: perché un personaggio di tale spessore filosofico e spirituale poté fare una così tremenda fine?  Quali caratteristiche rivoluzionarie del suo pensiero gli costarono così care? Quali furono le ragioni che lo portarono nel vicolo cieco in cui andò a finire? Quali insegnamenti si possono trarre da come visse e da come morì?
   Per farmi capire, anche per coloro che non conoscono la sua vita, devo darne qualche cenno biografico.
   Nacque col nome di Filippo a Nola, presso Napoli, nel 1548, da una famiglia di modeste condizioni. Il padre era militare di professione e la madre apparteneva ad una famiglia di piccoli proprietari terrieri. Studiò nella città natale e, dal 1562, a Napoli, dove studiò dialettica, logica e mnemotecnica presso l’Università. Nel giugno 1565 a 17 anni decise di intraprendere la carriera ecclesiastica ed entrò, col nome di Giordano, nell’ordine domenicano. In convento cominciò subito a manifestarsi il contrasto tra la sua personalità inquieta e la voglia di conoscere, contro la necessità di sottostare alle rigorose regole di un ordine religioso: dopo circa un anno era già accusato di disprezzare il culto di Maria e dei Santi riuscendo però a non essere condannato.
   Percorse poi rapidamente i vari gradi della carriera clericale: suddiacono nel 1570, diacono nel 1571, sacerdote nel 1572, dottore in teologia nel 1575, a 27 anni.
   Ma contemporaneamente allo studio serio e profondo dell’opera dei padri della chiesa, tra cui S. Tommaso, non rinunciò a leggere scritti di altri, come quelli di Erasmo da Rotterdam, rigorosamente proibiti all’epoca, atto che, scoperto, causò l’apertura di un processo locale a suo carico, nel corso del quale emersero anche accuse di dubbi circa il dogma trinitario. Era il 1576 e l’Inquisizione aveva ormai da tempo dato clamorosi esempi di rigore e di efficienza per cui, temendo per la gravità delle accuse, fuggì da Napoli abbandonando l’abito ecclesiastico.
Ebbe così inizio la serie incredibile delle sue peregrinazioni, durante le quali si mantenne impartendo lezioni in varie discipline tra cui geometria, astronomia, mnemotecnica, filosofia.
   In soli 2 anni soggiornò a Noli, a Savona, a Torino, a Venezia e a Padova. Dopo brevi soste a Bergamo e a Brescia, alla fine del 1578 lo troviamo a Ginevra, capitale del calvinismo, immatricolato come docente nella locale università. Poco dopo però, avendo pubblicato un libretto in cui stigmatizzava il titolare della cattedra di filosofia, evidenziando ben venti errori nei quali costui era incorso in una sola lezione, fu accusato di diffamazione e quindi arrestato, processato e convinto a pentirsi sotto pena di scomunica. Ammise la sua colpevolezza ma dovette lasciare Ginevra.
Si recò allora a Tolosa, dove ottenne un posto di lettore di filosofia nella locale università e rimase due anni. Nel 1581, causa le lotte tra cattolici e ugonotti,  si recò a Parigi dove tenne un corso sugli attributi divini in Tommaso d’Aquino. La notizia del successo del corso pervenne al re di Francia Enrico III.
   Con il favore del re divenne acquisì il titolo di “gentiluomo” e, divenuto poi amico dell’ambasciatore di Francia in Inghilterra, lo raggiunse a Londra nell’aprile del 1583, dove frequentò la corte.
   Venuto a contatto con la famosa università oxoniana, durante un dibattito mise in difficoltà uno stimato docente e restò così inviso a una parte dei suoi colleghi che non mancarono di manifestare in seguito la loro animosità. Infatti quando, poco dopo, poté tenere una serie di conferenze in latino sulla cosmologia, nelle quali difese anche le teorie di Copernico, fu accusato di plagio e costretto a interrompere le lezioni.
Tornò quindi in Francia ma le tesi fortemente antiaristoteliche suscitarono di li a poco reazioni negative che lo convinsero che la permanenza a Parigi non era più possibile. Di nuovo ramingo per l’Europa, Giordano Bruno approda nel 1586 a Wittemberg, in Germania, dove insegna per due anni nella locale università come “doctor italus”, al termine dei quali si congeda anche per il prevalere in città della parte calvinista.
Dopo un breve soggiorno a Praga, alla fine del 1588 si reca a Helmstedt dove, per poter insegnare nella locale “Accademia Iulia”, aderisce al luteranesimo.
Ma i problemi di fondo rimangono: dopo nemmeno un anno è scomunicato dal locale pastore per motivi non ben chiariti e che egli sostenne fossero di natura privata. Nel 1590 giunge a Francoforte dove non ottiene il permesso di soggiorno e rimane precariamente ospitato in un convento.
Si reca poi a Zurigo dove tiene lezioni di filosofia, e poi torna a Francoforte dove nella primavera del 1591 viene raggiunto da due lettere del nobile veneziano Giovanni Mocenigo che lo invitano a Venezia per insegnargli l’arte della memoria. I motivi per i quali il filosofo si decise ad accettare l’invito, con tutti i rischi connessi ad un rientro in Italia, sono tuttora dibattuti tra gli studiosi.
   Probabilmente convergerono in questa scelta una pluralità di cause: scomunicato dalle chiese riformate e dalla cattolica, era ormai isolato e indesiderato a livello europeo. Aveva fiducia nella tradizionale autonomia della Repubblica Veneta rispetto al Papa, ed aspirava alla cattedra di matematica dell’università di Padova, allora vacante, che sarà poi di Galileo Galilei. Una cosa sola Giordano Bruno non aveva previsto (come egli stesso scrisse): “che razza di uomo fosse il Mocenigo”.
   A marzo 1592 l’inquieto pellegrino giunge dunque in casa Mocenigo a Venezia. Dopo alcuni mesi il patrizio veneziano, forse insoddisfatto nella sua aspettativa di mirabolanti tecniche magico-mnemoniche, forse anche indispettito per il carattere indipendente di Giordano Bruno che mal si adattava alla condizione di “famiglio”, specialmente di una persona così insipiente, contravvenendo alle più elementari regole dell’ospitalità, lo rinchiuse nelle sue stanze e lo denunciò alla locale Inquisizione asserendo di averlo sentito proferire bestemmie e frasi eretiche. Il processo iniziò subito e si presentò in modo abbastanza favorevole, ma quando tutto faceva sperare in una prossima assoluzione, giunse improvvisamente da Roma la richiesta del trasferimento del processo al tribunale centrale del S. Uffizio.
   Il senato della repubblica veneziana resistette ma, dietro le insistenze vaticane, giunse alla fine il nulla-osta e nel febbraio 1593 il gran peregrinare di Giordano Bruno terminò in una cella del palazzo del S. Uffizio a Roma.
   Il processo si protrasse per ben sei anni e con ogni probabilità si ricorse alla tortura.
   Si pervenne al progressivo sgretolamento della sua tesi difensiva della separazione tra il piano filosofico (il solo sul quale lui asseriva di aver speculato) e quello teologico, che non gli interessava.
Pur avendo durante il processo cercato di attenuare le posizioni in più aperto conflitto con la dottrina cattolica, quando si trovò di fronte alla necessità – per salvarsi – di rifiutare in blocco le sue idee, si irrigidì in un fermo e dignitoso rifiuto: questa fu la sua fine.
   Nel sommario del processo ci sono tramandati i 24 capi d’accusa tra cui vale la pena menzionare la negazione della transustanziazione (trasformazione eucaristica del pane e del vino in carne e sangue), il suo mettere in dubbio la verginità di Maria,  il sostenere l’esistenza di mondi innumerevoli ed eterni, il credere nella reincarnazione,  l’affermazione che perfino i demoni si salveranno e ipotizzare l’esistenza dei preadamiti (esseri umani esistenti prima di Adamo).
   Nel dicembre 1599, richiesto per l’ultima volta di abiurare, Bruno dichiarò di non volersi pentire, di non avere nulla di che pentirsi, di non sapere di che cosa dovrebbe pentirsi.
   Nel gennaio 1600, Papa Clemente VIII, considerando ormai provate le accuse e rifiutando la richiesta di ulteriori torture avanzata dai cardinali, ordinò che l’imputato, eretico impenitente, pertinace, ostinato, fosse consegnato al braccio secolare, ovvero l’entità ipocritamente esterna alla chiesa che eseguiva le condanne. L’8 febbraio la sentenza fu letta all’imputato e fu allora che Giordano Bruno rivolto ai giudici, pronunciò la famosa frase “forse avete più paura voi che emanate questa sentenza che io che la ricevo”.
   Il 17 febbraio del 1600 – anno santo! –venne condotto a Campo de’ Fiori con la lingua in giova, cioè con una mordacchia che gli impediva di parlare, e qui, spogliato e legato a un palo. Gli venne mostrato un crocefisso che doveva rappresentare il monito alle sue idee e cagione della sua condanna, ma egli distolse lo sguardo, mentre le fiamme lo avvolgevano…
      Pensando alle varie peripezie della sua vita precedenti al processo, si potrebbe quasi arguire che il ribelle ex frate domenicano fosse una sorta di ingenuo, non in grado di comprendere come fosse possibile, in nome di non condivisibili dogmi religiosi, che gli fosse negato il diritto di esprimere le sue opinioni filosofiche. Sicuramente ingenuo non era, per cui occorre pensare che egli non riuscisse proprio ad impedirsi di dimostrare l’altrui errore e, in conseguenza, la sua superiorità di pensiero e di vedute.
   Nella sua infelice decisione di rientrare in Italia, alcuni storici ipotizzano una sorta di auto-vocazione, il sentirsi un Mercurio mandato dagli dei col compito di diradare le tenebre di quell’oscuro momento. Questo parrebbe abbastanza in sintonia col personaggio: un grande pensatore, un grandissimo filosofo ma anche un grande ego con una forte propensione alla ricerca della gloria del mondo.
   Il sentirsi predestinato, l’eletto a cui è deputato il compito di risvegliare le moltitudini dormienti, è un errore in cui non incorrono nemmeno i veri Maestri, figuriamoci dunque quale destino ci si può attirare con una così scarsa dose di umiltà. Credo sia questa una carenza che traspare fortemente dalla vita di Giordano Bruno.
   Anche il modo in cui viene tradito dal chi lo ospita a Venezia, quel nobile Mocenigo di triste fama, è emblematico. Questo nobile era sicuramente piuttosto velleitario nei suoi desideri di apprendere chissà quali arti pensatorie, ma certamente il nostro non riuscì, nemmeno in questo caso, a rinunciare ad essere un po’ sprezzante e a trattare il Mocenigo con malcelata sufficienza. Come sappiamo questi atteggiamenti sono quelli che danno luogo a boomerang difficilmente arginabili: le persone si sentono ferite nella loro dignità, e, più soffrono di senso di inferiorità, più reagiscono violentemente. Il fatto di non riuscire a comprendere questi meccanismi al punto da saperli gestire e arginare, l’impazienza e l’incapacità di empatire con persone che lui considerava al di sotto di un livello minimo di comprensione, la sua tendenza all’intolleranza verso l’ignoranza e l’incompetenza, la sua combattività dialettica, furono gli elementi che lo portarono al suo triste destino.
   Tra gli insegnamenti dei grandi maestri ve n’è uno particolarmente denso di significati: ognuno è grande al proprio posto. Significa allo stesso tempo pazienza, umiltà e accettazione, capacità di adattamento e comprensione che l’unico cambiamento che effettivamente ci compete è quello di noi stessi.
   Giordano Bruno fu certamente grande ma, in quanto allo stare al suo posto… proprio non ce la fece.
     Una comprensione certa del comportamento di Giordano Bruno nelle fasi finali della sua vita, soprattutto a causa della prova così drammatica cui fu messo di fronte, probabilmente non sarà mai possibile. È sicuro che egli sapesse che il rifiuto di abiurare equivaleva alla condanna a morte, come sapesse anche che l’abiura gli avrebbe risparmiato, sì la vita, ma non la reclusione perpetua e, soprattutto, che la sua rinnegazione avrebbe comportato la compromissione storica di quella nova filosofia per la quale aveva speso l’intera vita. Si rese certo conto di essere stato stretto fra due opzioni estreme: da un lato l’abiura e il carcere a vita, con relativo occultamento della verità cui tanto teneva; dall’altro la morte. Scelse la morte, e con una certa lucidità. Pur avendo cercato in tutti i modi di salvarsi, si persuase che in quella situazione la morte era l’unica prospettiva rimasta aperta davanti al Mercurio messaggero degli dei, e che ogni altra strada era stata infine sbarrata. Decise di morire, dopo otto anni di durissima lotta, ritenendo di non avere alternative al confermare ciò in cui credeva.
   Le idee che Giordano Bruno cercò di propugnare furono rivoluzionarie per il tempo; molte di esse lo sarebbero tutt’oggi. Eccone un’estrema sintesi:
   – L’universo è infinito e le stelle non sono fisse; sostituzione dello spazio aristotelico (finito e gerarchicamente differenziato) con uno spazio infinito e acentrico, ovvero senza nessun punto di riferimento assoluto: dunque sbaglia chi crede -come la chiesa- ad un universo diviso in una parte più nobile e in una meno nobile, perché, essendo tutto dovuto alla volontà di Dio, non può essere possibile nessuna discriminazione;
   – Vi è una pluralità illimitata di sistemi solari, che potrebbero essere popolati e anche da esseri più evoluti dell’uomo.
   – I corpi sono costituiti da atomi, che sono le costituenti elementari della realtà; gli atomi sono identici fra loro per sostanza, forma e dimensione: la differenziazione dei corpi deriva solo dal diverso numero e dalla diversa aggregazione degli ingredienti atomici.
   – La vera e sola causa di tutto è l’Anima universale (potremmo definirlo Spirito Divino); essa è immanente nell’universo e autrice della grande varietà della natura, e poi vi sono le varie anime particolari, le quali sono, per ciascun essere della natura, quello che l’Anima universale è per il mondo nel suo complesso.
   – L’universo è la manifestazione diretta e immediata della divinità, e materia e forma ne sono due aspetti coesistenti; la divinità immanente nel mondo non corrisponde al Dio dei cristiani ma all’Anima universale.
   – L’anima di ogni essere è dotata di libero arbitrio che  è alla base dei suoi atti.
   – Occorre separare la sfera della fede e della religione dall’ambito della conoscenza; la prima riguarda soltanto l’ambito della coscienza personale; pertanto il Cristianesimo non può e non deve interferire con la riflessione filosofico-scientifica.
   – Necessità di emancipare l’indagine della scienza e della filosofia da qualunque forma di autorità, a cominciare da quella dei filosofi antichi (e in primo luogo da Aristotele).
   – La conoscenza è la componente essenziale per cambiare la vita di ogni uomo e del mondo; è importante che vi sia uno stretto rapporto fra la conoscenza e l’azione: “L’uomo non contempli senza azione, e non operi senza contemplazione”, egli scriveva.
   – Necessità per l’uomo di svincolarsi dagli amori dei sensi, dalle passioni individuali, dagli interessi sociali e politici, per innalzarsi a ciò che è puramente ideale, così da raggiungere quella vita de dei, che significa trasformazione in un essere migliore e sempre più simile a Dio, tramite una ricerca attiva e senza termine: è un uomo che, animato dalla passione della conoscenza e dal desiderio del proprio perfezionamento, non si vuole fermare davanti a nessun ostacolo e infrange ogni barriera per proseguire un cammino che sa infinito.
   – Non ultimo va sottolineato che egli fu quasi certamente vegetariano; lo possiamo desumere anche da quanto dice in un suo scritto (Lo spaccio della bestia trionfante): “L’esser beccaio (macellaio) deve esser stimata un arte e un esercizio più vile che non l’essere boia. Amore e libertà per tutti, non già per la presunta specie superiore”.
   Dunque, al di là delle inevitabili considerazioni implicite nel suo destino, non si può non sottolineare anche il grande impatto delle sue idee sull’umanità, il grande insegnamento che la sua figura ha lasciato ai posteri.
Il rogo cui fu destinato dall’Inquisizione fu la sua condanna ma anche la sua consacrazione: non è certo cosa da poco scegliere di morire piuttosto che abiurare alle proprie convinzioni.
La sua tragica vicenda umana, pur se da un lato ha alimentato quei falsi miti del mago e del martire che continuano ad ostacolarne la corretta interpretazione, hanno permesso ai posteri di approfondire un pensiero quanto mai vivo ed attuale, e questo nonostante la messa al bando e l’accanimento dei cattolici non si siano tuttora conclusi: ancora al giorno d’oggi la chiesa ritiene di non dove riabilitare la sua figura, come ha fatto con Galileo e, addirittura, rivendica ancora le buone motivazioni della condanna. Nel Duemila, in occasione del quarto centenario del rogo, la lettera del cardinal Sodano fu esplicita: pur concedendo la sproporzione della condanna inflitta al filosofo europeo, la Chiesa ne difendeva ancora la legittimità!
   Se proprio la Chiesa volesse farsi perdonare qualcosa su Giordano Bruno, con un gesto significativo dovrebbe tirare fuori i documenti ancora nascosti.  In questo caso non sarebbe una fiction come per la lettera di Galileo nel film Angeli e Demoni. Le carte su Giordano Bruno ci sono davvero. Aprire quelle porte alla libera ricerca significherebbe gettare ponti alla verità che invece è ancora scomoda a 400 anni di distanza. Significherebbe accreditare un pensiero considerato a tutt’oggi eversivo. Un pensiero che ci parlerebbe della capacità di andare oltre i dogmi e le convenzioni, di superare visioni teologiche anguste e limitate, prive di buon senso e di logica. In quest’epoca ormai lo fanno in molti, e anche noi stessi vediamo bene la fallacia della teologia cristiana figlia di due millenni di gerarchie ecclesiali e non certo del Cristo, ma Giordano Bruno fu capace di farlo in un epoca in cui avere questo atteggiamento, praticare la libertà di pensiero, significava pagare con la vita.
   La chiesa cattolica, perseverando tuttora nel suo atteggiamento ostile nei confronti del filosofo, non fa che ribadire la debolezza delle sue presunte verità e per altro verso dare ancora più risalto alla modernità e alla concretezza del pensiero di Giordano Bruno.
   Probabilmente le sue idee non sarebbero mai riuscite a far presa sulle masse, ma egli certamente riuscì nel tentativo di sostituire una nuova e più logica summa sull’universo a quella restrittiva e oscurantista che, al tempo, era imposta con la violenza.
Il suo fu considerato –e purtroppo è considerato tuttora- un pericoloso esempio, un attentato alla supremazia della teologia sulla filosofia, della religione sulla ragione, un attentato da soffocare a qualsiasi costo.
   Credo che la sua figura possa essere giustamente celebrata come quella, certo non di un maestro, ma di un illuminato,  un uomo sapiente ed ispirato che credette sempre in una visione migliore e più spirituale del mondo e che cercò con tutte le sue forze di dissipare le tenebre dell’ignoranza che, allora come oggi, permeano l’umanità.
   Non credo sia cosa da poco che le antiche università tedesche presso cui soggiornò gli abbiano tributato omaggio con targhe in cui è definito colui che indicò la strada per la moderna concezione della filosofia.
Ai giorni nostri finalmente anche la storiografia sta recuperando ciò che realmente fu Giordano Bruno: un moderno pensatore che dimostrò al mondo che la verità è il risultato della libera ricerca e non della potenza di chi sostiene una tesi, che seppe collegare l’anima alla mente e che morì pur di testimoniarlo.
  
Agosto 2010

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