L’EPIFANIA
I MAGI, LA STELLA, LA BEFANA E I COLLEGATI VARI

[Il Vangelo di Matteo (2,1-12) è l’unico fra i quattro canonici che testimoni la venuta di questi sacerdoti “pagani” con queste parole: “Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: ‘ Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo’ ”. Nel testo di Matteo i magi non sono precisati nel numero, non sono definiti “re” e non vengono nominati coi loro nomi. Questo ci deriva invece dai vangeli apocrifi tra cui, il più significativo, il Vangelo Armeno dell’Infanzia, di fine VI secolo, che cita (cap. V, 10)]
Il termine Epifania deriva dal greco epifaneia, che significa manifestazione, apparizione, venuta, presenza divina. Il termine veniva utilizzato dai greci per indicare l’azione o la manifestazione di una divinità mediante miracoli, visioni, segni ecc.
La festa ha radici molto antiche: ci narra Epifanio di Salamina (vescovo palestinese, 315 circa-403), che la notte fra il 5 e il 6 gennaio si festeggiava ad Alessandria, in Egitto, la nascita del dio Eone dalla vergine Kore, scendendo in processione al Nilo con l’immagine di un bimbo, per raccogliere acqua che si sarebbe trasformata in vino.
Agli albori del cristianesimo era celebrata come facente parte del periodo natalizio e non la si considerò una festa a parte fino all’anno 813. Nel III secolo i cristiani iniziarono a commemorare, con il termine Epifania, le manifestazioni divine (come i miracoli, i segni, le visioni, ecc.) di Gesù. In particolare, tra queste manifestazioni si festeggiavano le prime tre che, secondo la tradizione, erano l’adorazione da parte dei Re magi, il battesimo di Gesù ed il primo miracolo avvenuto a Cana. Quest’ultimo miracolo, al di là dell’evidente richiamo alla leggenda egizia di cui dicevo poc’anzi, è presente solo nel Vangelo di Giovanni. E’ un miracolo piuttosto strano. Viene la tentazione di pensare ad un monaco rubicondo, col naso un po’ rosso, che nel ricopiare l’antico manoscritto, aggiunge ad arte un miracolo per giustificare l’importanza che venne ad avere per i monasteri medioevali il commercio e il consumo del vino. Se un Maestro avesse proprio dovuto fare un miracolo, non avrebbe trasformato il vino in acqua?
Ma torniamo all’Epifania: oggi con questo termine in ambito cristiano si intende solo più la prima manifestazione pubblica della divinità, quella configurata dalla visita dei magi. Nel mondo ortodosso però, alcuni usano il termine Epifania per indicare la festa che cade sempre il 6 gennaio e viene più correntemente chiamata Teofania. In questo giorno viene celebrato il battesimo di Gesù nel Giordano, mentre la visita dei magi nelle chiese di rito bizantino viene celebrata il giorno stesso del Natale. Come si vede non vi è molta univocità tra le varie tradizioni come sempre accade quando in troppi si esprimono sugli stessi eventi e si passa dalla testimonianza diretta del tempo alla dipendenza dalle scritture.
Al di là delle interpretazioni delle varie religioni, le dodici notti che vanno dal Natale all’Epifania, oltre a rappresentare i dodici mesi dell’anno, sono intrise di simbolismi, nei quali, dall’antichità ad oggi, gli usi e i costumi dei popoli europei celebrano il rinnovamento del cosmo. L’Epifania è l’ultimo di questi dodici giorni santi e, dal punto di vista esoterico indica il momento in cui si rivela l’essenza spirituale delle lezioni apprese durante i dodici giorni precedenti. Ovvero dopo dodici mesi arriva il momento propizio per fare tesoro dei doni spirituali ricevuti durante l’anno.
I tre magi
Ma andiamo al contenuto della leggenda: il Vangelo di Matteo (2,1-12) è l’unico fra i quattro canonici che testimoni la venuta di questi sacerdoti “pagani” con queste parole: “Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: ‘ Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo’ ”. Nel testo di Matteo i magi non sono precisati nel numero, non sono definiti “re” e non vengono nominati coi loro nomi. Questo ci deriva invece dai vangeli apocrifi tra cui, il più significativo, il Vangelo Armeno dell’Infanzia, di fine VI secolo, che cita (cap. V, 10): “Un angelo del Signore si affrettò di andare al paese dei persiani per prevenire i re magi ed ordinare loro di andare ad adorare il bambino appena nato. Costoro, dopo aver camminato per nove mesi avendo per guida la stella, giunsero alla meta proprio nel momento in cui Maria era appena diventata madre. E’ da sapere che in quel momento il regno persiano dominava sopra tutti i re dell’Oriente per il suo potere e le sue vittorie. I re magi erano tre fratelli: Melchiorre, che regnava sui persiani, poi Baldassare che regnava sugli indiani, ed il terzo Gaspare che dominava sul paese degli arabi”.
Il termine magi non va identificato con il significato che oggi noi diamo. Il vocabolo deriva dal greco “magoi” e sta ad indicare in primo luogo i membri di una casta sacerdotale persiana che si interessava di astronomia e astrologia. Nell’antica tradizione persiana i magi erano i più fedeli ed intimi discepoli di Zoroastro (Zarathustra) e custodi della sua dottrina. Conoscevano la scienza dello spirito ed erano in grado di entrare in sintonia con le vibrazioni dell’universo, cogliendo così i segreti celati della natura. Rivestivano anche un ruolo di primo piano nella religione e vita politica. L’idea del tempo che ciclicamente si rinnova conduceva lo zoroastrismo alla costante attesa messianica di un soccorritore divino, il ruolo del quale sarebbe stato quello di aprire ciascuna era di rinnovamento e di rigenerazione dopo la fase di decadenza che l’aveva preceduta. Nello zoroastrismo l’attesa messianica si connotava di tre successive, arcane figure di salvatori e rigeneratori del tempo futuro: l’ultimo di essi, il soccorritore, sarebbe nato da una vergine discendente da Zoroastro e avrebbe condotto con sé la resurrezione universale e l’immortalità degli esseri umani. Molte leggende accompagnavano il mito del soccorritore, tra le quali che una stella lo avrebbe annunciato.
In alcuni scritti di origine greca, riscopriamo il profondo significato religioso dei nomi dei tre magi:
• Balthasar significa “il protetto dal Signore”
• Melchior è “il re della luce”
• Gaspar è “colui che ha conquistato il Farr”
Gaspare era un principe, poi diventato re di un territorio situato tra l’attuale Afganistan e l’India, e fu un mago e un astrologo. Si chiamava Vindhapharnà, che significava letteralmente “conquistatore del Farr”. Una delle sue rappresentazioni simboliche era di una divinità che sorregge il fuoco in una mano e ha le spalle che sprigionano fiamme. Il Farr era la forza-splendore-fuoco che costituiva l’universo, secondo la religione dei magi. Vindhapharnà, venne poi tradotto nel greco Gondophares e nell’armeno Gathaspar, da cui derivò il latino Gaspar o Gasparus. Gaspare significa quindi, in senso traslato, “colui che è splendente, pieno di fuoco”: significato che verrebbe confermato dalla teoria di alcuni studiosi che considerano Vindhapharnà un nome derivato dall’aggettivo sanscrito Windahwarena, che vuol dire “splendente”.
Una leggenda dice che il primo dei tre magi avesse la pelle di colore giallo, il secondo di colore nero ed il terzo bianca, rappresentando così le tre razze che abbiamo sulla Terra: i mongoli, i neri e gli uomini bianchi. Questo indica che, nel tempo, tutte le razze arriveranno a seguire l’insegnamento di Cristo. E come era vero allora, più di 2000, anni fa per il Maestro del tempo, è stato vero per Maestri venuti di tempo in tempo e per il Maestro del nostro tempo.
Oro, incenso e mirra
Leggiamo ancora in Matteo: “Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra”.
Anche i doni che ciascuno dei magi depose davanti al bambino Gesù hanno un significato simbolico: Gaspar la mirra, Melchior l’incenso e Balthasar l’oro. Il cattolico Leone Magno interpreta così, quattro secoli dopo la nascita di Cristo, i doni dei magi venerando l’unione della natura divina con quella umana: l’incenso omaggio alla sua divinità, la mirra omaggio all’uomo come simbolo di medicina in grado di lenire la futura sofferenza e l’oro omaggio alla sua regalità.
Un’interpretazione esoterica invece ne da questi connotati:
L’oro, nelle varie simbologie, ha sempre rappresentato lo spirito. Gli stessi alchimisti, quando affermano di voler “cambiare il vil metallo in oro”, indicano semplicemente come intendano purificare il corpo fisico, raffinarlo ed estrarne l’essenza spirituale. Il colore giallo dell’oro, infatti, rappresenta la saggezza.
L’incenso come essenza odorosa cresceva in Arabia meridionale e nell’Abissinia settentrionale e questa sostanza era usata nei sacrifici di culto e nelle offerte a Dio con atto di adorazione. Donare incenso significava riconoscere la natura divina che il fanciullo rappresentava: l’incarnazione di Cristo in terra, l’arrivo di un Maestro tra gli uomini. L’incenso rappresenta anche il cuore e l’amore, a descrivere il fatto che a Dio ci si dona completamente, corpo, mente e spirito.
La mirra rappresenta l’immortalità. E difatti è una sostanza che veniva usata per imbalsamare i corpi e preservarli dalla decomposizione. La mirra, è l’estratto puro di una rara pianta aromatica che cresce in Arabia. Essa simboleggia l’anima, ovvero ciò che l’uomo “estrae” dalle sue esperienze, giorno dopo giorno. Donando la mirra si dona simbolicamente la propria anima purificata dai desideri e dalle passioni. Quando nell’uomo non vi sono più desideri egoistici né passioni, l’anima “profuma”, infatti, come un’essenza aromatica. È cosa nota che vi sono stati santi che emanavano un aroma. Tutt’ora si dice “in odore di santità”, per descrivere un futuro nuovo santo.
La stella

Parliamo ora della stella. La dicitura comunemente più diffusa per indicare l’astro è il contraddittorio termine “stella cometa”, che accomuna due corpi celesti completamente dissimili tra loro: la stella è di grandi dimensioni, si trova a enormi distanze dal sistema solare e nel firmamento appare fissa e puntuale; la cometa è di piccole dimensioni, si trova all’interno del sistema solare e nel firmamento appare mobile e con una forma e dimensione non puntuale.
Parliamo ora della stella. La dicitura comunemente più diffusa per indicare l’astro è il contraddittorio termine “stella cometa”, che accomuna due corpi celesti completamente dissimili tra loro: la stella è di grandi dimensioni, si trova a enormi distanze dal sistema solare e nel firmamento appare fissa e puntuale; la cometa è di piccole dimensioni, si trova all’interno del sistema solare e nel firmamento appare mobile e con una forma e dimensione non puntuale. Nell’iconografia antica della nascita di Gesù la stella non è rappresentata con la coda. Fu Giotto, che probabilmente aveva visto la cometa di Halley nel 1301, a dipingere nella cappella degli Scrovegni a Padova un affresco con una cometa dalla lunga coda sopra il luogo del presepe. Dal XIV secolo in poi si moltiplicano i quadri ispirati a questo affresco. La coda risponde al desiderio di avere un oggetto celeste che indichi una direzione.
Gli indizi astronomici utilizzati per spiegare la narrazione del vangelo di Matteo sono di due tipi: eventi astronomici eccezionali di grande effetto visibile come supernove o passaggio di comete, oppure congiunzioni planetarie di speciale significato astrologico. Queste ultime spiegherebbero meglio come i magi hanno potuto capire di doversi recare proprio a Gerusalemme, dato che l’orientamento di ogni stella o evento astronomico rispetto ai punti cardinali cambia continuamente per effetto della rotazione terrestre; solo la stella polare resta fissa. Un evento astronomico naturale, quindi, non potrebbe indicare la direzione da Babilonia a Gerusalemme e infatti solo per il brevissimo tratto fra Gerusalemme e Betlemme (8 km) Matteo dice che la stella “precedeva” i magi, indicando che essa si trovava in direzione sud nell’ora di approssimata durata dell’ultimo tratto di viaggio.
I due tipi di evento potrebbero anche essere combinati fra loro, assegnando a una congiunzione planetaria il ruolo “informativo” e a una supernova il ruolo “direzionale”. Questa ipotesi fu proposta per la prima volta da Keplero.
L’ipotesi di una supernova è in accordo con la descrizione fornita dal Protovangelo di Giacomo, uno scritto apocrifo del secondo secolo, secondo cui la Stella “era tanto brillante da far scomparire le altre stelle”. La fonte, tuttavia, non è sufficientemente attendibile da esser vincolante.
Molti studiosi hanno suggerito che la stella di Betlemme non fosse un singolo oggetto celeste, ma una congiunzione di pianeti: Keplero (De anno natali Christi, 1614) per primo segnalò che nel 7 a.C. vi fu una tripla congiunzione di Giove con Saturno nella costellazione dei Pesci; le tre congiunzioni ebbero luogo il 29 maggio, il 29 settembre e il 5 dicembre. Il fenomeno aveva attirato l’attenzione degli astronomi caldei, che lo avevano previsto sin dall’anno precedente. La tavoletta con la previsione del fenomeno, datata 8 a.C., è stata trovata in ben quattro copie in siti diversi; ciò segnala l’interesse per il fenomeno.
Come mai una di queste congiunzioni planetarie potrebbe aver spinto i magi a recarsi alla corte di Erode? Occorre evidentemente che l’evento fosse considerato eccezionale e che avesse un particolare significato astrologico. Secondo alcuni studiosi queste condizioni si realizzarono proprio per l’evento del 7 a.C., che per gli astrologhi caldei avrebbe annunciato “la fine del vecchio ordine del mondo e la nascita di un nuovo re mandato da Dio”.
Un’interpretazione completamente spirituale -invece- vede la stella come manifestazione ed emanazione della luce divina, e dunque di Dio stesso, luce che accompagna i magi fino alla grotta della natività dove essi vedono “la colonna di luce scendere e fermarsi sulla caverna dov’era nato il Maestro”, perché la luce è primaria manifestazione della divinità.
Sant’Eustorgio

Basilica di Sant’Eustorgio, Milano
Una legittima curiosità innesca una domanda: ma poi, che fine fecero i magi? Il Vangelo ci informa soltanto che “i magi per un’altra strada sono ritornati al loro paese” (Mt., 2, 12). Una tradizione ci dice che i tre, dopo una loro presunta conversione, sarebbero stati consacrati vescovi dall’apostolo Tommaso per poi morire martiri. Sarebbero poi stati sepolti in India (dove l’apostolo Tommaso avrebbe predicato) ma in luoghi separati.
Alcuni storici sostengono che queste reliquie nel IV secolo furono trasportate da Costantinopoli a Milano da Eustorgio, vescovo di questa città. Altri infine ritengono che le reliquie siano giunte in Italia con le Crociate, dato che prima di questo periodo a Milano non c’è traccia di questo culto.
Una tradizione radicata lega il vescovo Eustorgio ai magi. A Milano fu dedicata in suo onore una basilica; già nell’XI secolo vi si trovava un’urna preziosa chiamata Arca dei magi con una stella sopra un pilastro. Si sa per certo che nel 1162 si sa che le spoglie dei magi si trovavano a Milano.
Queste reliquie nel 1164 da Milano furono trasportare a Colonia in Germania. Attualmente si trovano in una arca-cattedrale nel Duomo di questa città. Ai milanesi rimase solo la medaglia fatta, sembra, con parte dell’oro donato dai magi al Cristo, che da allora venne esposta il giorno dell’Epifania in Sant’Eustorgio accanto al sarcofago vuoto. Negli anni successivi Milano cercò ripetutamente di riavere le reliquie, invano. Né Ludovico il Moro nel 1494, né Papa Alessandro VI, né Filippo II di Spagna, né Papa Pio IV, né Gregorio XIII, né Federico Borromeo riuscirono a far tornare le spoglie in Italia. Solo nel ventesimo secolo Milano riuscì ad ottenere una parte di quello che le era stato tolto: il 3 gennaio del 1904, infatti, il cardinal Ferrari, Arcivescovo di Milano, fece solennemente ricollocare alcuni frammenti ossei delle spoglie dei re magi (due fibule, una tibia e una vertebra), offerti dall’Arcivescovo di Colonia Fischer, in Sant’Eustorgio. Furono posti in un’urna di bronzo accanto all’antico sacello vuoto con la scritta “Sepulcrum Trium Magorum” (tomba dei tre magi).
La Befana

Che cosa ha a che vedere l’Epifania con la Befana? Ci piace iniziare con una leggenda che spiega così la nascita di questa figura : “Quando i re magi partirono per portare doni a Gesù Bambino, solo una vecchietta si rifiutò di seguirli. Quando, pentita, cercò di raggiungerli, non ci riuscì. Da allora, nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, volando su una scopa con un sacco sulle spalle, passa per le case a portare ai bambini i doni che non è riuscita a dare a Gesù Bambino”.
In verità la risposta è molto più semplice: Befana non è altro che la forma dialettale di Epifania. Si può dire, che Epifania fu quasi sempre e solo il nome letterario della festa, il nome colto e poco usato; nel corso del tempo la parola si trasformò, si deformò nei vari dialetti. Così i toscani chiamarono l’Epifania “Befania”, i romani la dissero “Pasqua Befania”, i pugliesi “Pasqua Befanì”, i calabresi “Bifania” o “Bufania”, i bolognesi “Epifagna”, e così via.
Ma chi è la Befana? L’enciclopedia Treccani ne dà la seguente definizione: “È per il popolo un mitico personaggio in forma di orribile vecchia, che passa sulla terra dall’1 al 6 gennaio. Nell’ultima notte della sua dimora il mondo è pieno di prodigi: gli alberi si coprono di frutti, gli animali parlano, le acque dei fiumi e delle fonti si tramutano in oro. I bambini attendono regali; le fanciulle traggono al focolare gli oroscopi sulle future nozze, ponendo foglie di ulivo sulla cenere calda; ragazzi e adulti, in comitiva, vanno per il villaggio cantando. In alcuni luoghi si prepara con cenci e stoppa un fantoccio e lo si espone alle finestre. I contadini della Romagna sogliono invece portarlo in giro sopra un carretto, con urli e fischi, fino alla piazzetta del villaggio, ove accendono i falò destinati a bruciare la Befana. Gli studiosi vedono nel bruciamento del fantoccio (la Vecchia, la Befana, la Strega) che persiste un po’ da per tutto in Europa, la sopravvivenza periodica degli spiriti malefici, facendo risalire il mito della Befana a tradizioni magiche precristiane…”
Per meglio capire la figura di questa vecchia, dobbiamo così andare indietro nel tempo fino al periodo dell’antica Roma. Già gli antichi Romani celebravano l’inizio d’anno con feste in onore del dio Giano (e di qui il nome Januarius al primo mese dell’anno), dio del movimento e del passaggio da uno stato ad un altro, e della dea Strenia (e di qui la parola strenna come sinonimo di regalo) che incarnava la generosità e la prosperità. Queste feste erano chiamate le Sigillaria; ci si scambiavano auguri e doni in forma di statuette d’argilla, o di bronzo e perfino d’oro e d’argento. Queste statuette erano dette sigilla, dal latino sigillum, diminutivo di signum (segno, simbolo, statua). Le Sigillaria erano attese soprattutto dai bambini che ricevevano in dono i loro sigilla (di solito di pasta dolce) in forma di bamboline e animaletti. Questa tradizione di doni e auguri si radicò così profondamente nella gente, che persino la chiesa dovette tollerarla e adattarla alla sua dottrina.
Dalla periodo romano passiamo al Medioevo, età ricca di racconti demoniaci e di magie. Proprio in questa epoca medioevale si dà molta importanza al periodo compreso tra il Natale e il 6 gennaio, questo periodo di dodici notti dove la notte dell’Epifania è anche chiamata la “Dodicesima notte”. È un periodo molto delicato e critico per il calendario popolare, è il periodo che viene subito dopo la seminagione; è un momento, quindi, pieno di speranze e di aspettative per il raccolto futuro, da cui dipende la sopravvivenza nel nuovo anno. In quelle dodici notti il popolo contadino credeva di vedere volare sopra i campi appena seminati Diana con un gruppo più o meno numeroso di donne, per rendere appunto fertili le campagne.
Nell’antica Roma Diana era non solo la dea della luna, ma anche la dea della fertilità e nelle credenze popolari del Medioevo Diana, nonostante la cristianizzazione, continuava ad essere venerata come tale. All’inizio Diana e queste figure femminili non avevano nulla di maligno, ma la chiesa cristiana le condannò in quanto pagane e per rendere più credibile e più temuta questa condanna le dichiarò figlie di Satana. Diana, da dea buona della fecondità diventa così una divinità infernale, che con le sue cavalcate notturne alla testa delle anime di molte donne, stimola la fantasia superstiziosa dei popoli contadini. Di qui nascono i racconti di vere e proprie streghe, dei loro voli e convegni a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno. Nasce anche da qui la tradizione diffusa in tutta Europa che il tempo tra Natale ed Epifania sia da ritenersi propizio alle streghe. E così presso i tedeschi del nord Diana diventa Frau Holle mentre nella Germania del sud, diventa Frau Berchta. Entrambe queste “Signore” portano in sé il bene e il male: sono gentili, benevole, sono le dee della vegetazione e della fertilità, le protettrici delle filatrici, ma nello stesso tempo si dimostrano cattive e spietate contro chi fa del male o è prepotente e violento. Si spostano volando o su una scopa o su un carro, seguite dalle “signore della notte”, le maghe e le streghe e le anime dei non battezzati.
Strenia, Diana, Holle, Berchta, da tutto questo complesso soprannaturale e misterioso nasce, e prende il volo sulla sua scopa, una strega di buon cuore: la Befana. Valicate le Alpi, la Diana-Berchta presso gli italiani muta il suo nome e diventa la benefica Vecchia del 6 gennaio, la Befana, rappresentata come una strega a cavallo della scopa, che, volando nella dodicesima notte, lascia ai bambini dolci o carbone. Nella Befana si fondono tutti gli elementi della vecchia tradizione: la generosità della dea Strenia e lo spirito delle feste dell’antica Roma; i concetti di fertilità e fecondità della mite Diana; il truce aspetto esteriore avuto in eredità dalle streghe perseguitate dall’Inquisizione; una punta di crudeltà ereditata da Frau Berchta. Ancora oggi un po’ ovunque per l’Italia il 6 gennaio si accendono i falò, e, come per le povere streghe (più che altro presunte tali) nel medioevo, anche la Befana viene talvolta bruciata. Nella Befana rivivono, quindi, simbolicamente, culti pagani, antiche consuetudini e tradizioni magiche precristiane. Ma la caratteristica sua tipica è il suo modo di spostarsi: vola su una scopa. Che la porta dovunque, attraverso venti e bufere, di tetto in tetto, di casa in casa, portandosi sempre dietro un sacco di iuta, pieno di doni. La Befana se lo butta sulle spalle come se fosse leggerissimo e per nulla ingombrante; più doni la Vecchia estrae dal sacco, più ne ritrova: le sue scorte sono inesauribili.
Con il suo sacco entra in casa attraverso la cappa del camino. Il camino è la sede del fuoco, il punto più vivo della casa, è il focolare che rappresenta il fulcro della domesticità, e in alcune credenze popolari, soprattutto nel meridione, è visto anche come l’apertura al trascendente. Si crederebbe che le anime dei morti, di notte, ritornino in casa attraverso l’apertura del camino. In ogni caso i bambini appendono le calze bene in vista sotto la cappa del camino, così che come la Befana scivola in casa può subito riempire quelle calze con i doni.
Che tipo di doni porta la Befana? Originariamente erano certamente modesti: arance, mandarini, fichi secchi, castagne, mele, uva secca, dolciumi fatti in casa. Col tempo e a seconda delle disponibilità finanziarie delle famiglie, i doni divennero sempre più consistenti, come giocattoli, vestiario e denaro. Nel ‘700 e nell’800 in molte città, come Venezia, Verona, Padova, Firenze, nascono poi vere e proprie fiere della Befana e in particolare a Roma, la cui fiera diviene famosissima e lo è tuttora. Ma la Befana non porta solo doni, porta anche carbone! Il carbone, infatti, con il suo colore nero, simboleggia un po’ il peccato, e più carbone il bambino trova nella sua calza e più significa che è stato cattivo durante l’anno. Quando ero bambino anche io avevo il terrore di ricevere del carbone in dono… l’immaginario dei bimbi viene molto colpito da questo aspetto, forse anche educativo in un certo qual senso: non è che debba essere sempre così scontato il dono… giusto?
Come è la situazione Befana al giorno d’oggi? Dopo i grandi splendori dei secoli passati, la Befana subisce un declino costante a partire dal ‘900, dovuto in parte alla trasformazione della società da agricola in industriale, ma soprattutto dall’arrivo di Babbo Natale dall’America. Ritrova un rilancio negli anni Venti, grazie a Mussolini, che vede in questa festa un fenomeno folcloristico tipicamente italiano, da contrapporre a tutti i miti natalizi anglosassoni. Si parla per quel periodo di Befana fascista, che si trasforma, dalla vecchia che ben conosciamo, in un’istituzione, un’opera di assistenza sociale rivolta alla “giovinezza italiana”. Con la fine del fascismo, senza più la protezione di “ducetti”, regine e principesse, la Befana cade in un nuovo oblio. Nel 1977, in un clima di austerità, e nel tentativo di limitare i cosiddetti “ponti festivi”, il governo Andreotti emanerà una legge che elimina l’Epifania dal calendario civile e religioso. Ci vorranno ben nove anni di protesta, di dibattiti, di discussioni, per far ritornare la vecchia a nuova gloria: con decreto del dicembre 1985 il Consiglio dei Ministri reintroduce la festa dell’Epifania e la Befana può così ritornare a volare trionfante sulla sua scopa nei cieli d’Italia!










